QUELLA GIORNATA PARTICOLARE

Italia_RACCONTISpesso le persone, quando sanno che scriviamo insieme da più di 20 anni, ci chiedono come ci siamo conosciute. A noi non piacciono quegli autori che “si parlano addosso” citando a ogni pié sospinto la storia della loro vita – a quanti interessa?  Però questa volta, in occasione dell’antologia della nostra associazione (EWWA), abbiamo deciso di fare un’eccezione e di regalarci un racconto che fosse, al tempo stesso, un tributo alla nostra meravigliosa città e un affettuoso omaggio alla nostra amicizia che, diciamolo, se lo merita!

Eccolo, in anteprima per voi.

QUELLA GIORNATA PARTICOLARE

Flumeri & Giacometti

Oggi prima giornata del corso di francese a cui mi sono subito iscritta appena tornata da Parigi.  Che periodo fantastico. Ho vinto uno stage di fotografia, ho vissuto con altri ragazzi, ho fotografato tutto quello che potevo fotografare e… mi sono innamorata di Gilbert! Per questo, la prima cosa che ho fatto, quando ho messo piede a Roma, è stato cercare il miglior istituto di francese per imparare a parlarlo comme il faut. L’ho trovato: il ‘Centre Culturel Francais’, sede palazzo Campitelli, praticamente sotto il Campidoglio, all’ingresso del ghetto ebraico. Ed ora eccomi qui, pronta a varcare il portone di questo antico palazzo illuminato da  un esuberante sole  di settembre. Però, appena entro, forse per il passaggio dalla luce all’ombra, mi ritrovo in un ambiente buio, cupo e solenne che smorza di parecchio il mio entusiasmo. Mi sento decisamente fuori posto. A maggior ragione quando scopro che i miei ‘compagni di classe’ sono tutti parecchio sopra gli anta. Quasi quasi me ne vado…

Dovremmo camminare per Roma con lo sguardo rivolto verso l’alto. Con lo sguardo del turista incredulo e sedotto che noi romani, abituati alla bellezza, abbiamo un po’ perso. Con lo sguardo che si sofferma sulle facciate dei suoi palazzi senza riuscire a staccarsene…come mi sta accadendo adesso. Ma devo entrare, tra poco inizia la lezione del corso di francese che ho deciso di frequentare per poter leggere i miei amati Baudelaire e Stendhal nella loro lingua. Una volta dentro, avvolta dalla frescura di queste mura antiche e maestose, senza più la luce che mi ferisce gli occhi, mi sento protetta da un silenzio amico, che ignora i rumori della città e ci accoglie appena varcato l’imponente portone di ferro battuto, forgiato da esperte mani artigiane nel secolo del Barocco. Raggiungo la classe. Non ci sono ragazzi o ragazze, in fondo meglio così. Sono qui per studiare, no?

Ecco, una è arrivata. La brunetta che si è seduta laggiù, dalla parte opposta dell’aula, deve avere all’incirca la mia età. Però ha l’aria un po’ troppo seria per i miei gusti. E forse anche un filo di puzza sotto a quel naso all’insù. O magari no. Prima che cominci la lezione potrei andare a conoscerla. Magari invece è simpatica. Forse solo un po’ timida. Vado.

Perché la bionda alta mi sta fissando? Ho qualcosa di strano? Qualcosa che non va? Si sta alzando e sta venendo proprio verso di me. Forse l’ho conosciuta da qualche parte? No, sono sicura di no. E’ così…così teatrale. Me ne ricorderei. Eppure ce l’ha proprio con me. Quella mano tesa, quel sorriso, quello sguardo azzurro così diretto sono per me.

«Ciao, io sono Gabriella, e tu?»

Mi fissa un po’ interdetta. Credo non se lo aspettasse. L’ho colta in contropiede. Però ha una stretta forte, decisa.

«Elisabetta.»

«E di che segno sei?»

Non è la domanda più originale del mondo, ma è buona per rompere il ghiaccio. Però la risposta non me l’aspettavo.

«Scorpione.»

«Anch’io sono dello scorpione!»

Beh, è una bella coincidenza direi. Che sia un segno del destino?

«Sono sicura che diventeremo amiche.»

Non so perché l’ho detto. E’ vero, sono socievole, ma in genere non vado in giro a fare dichiarazioni del genere a perfette sconosciute. L’amicizia per me è una cosa seria. Eppure questa frase mi è venuta dal cuore.

Lei sorride.

Non c’è un motivo al mondo, ma le credo. E’ solo una sensazione, non sono in grado di spiegarla. Siamo dello stesso segno ma sembriamo tanto diverse. E non solo fisicamente! Lei è così estroversa che m’imbarazza. Sembra imprevedibile, puoi aspettarti che faccia qualsiasi cosa. Però emana un’energia che mi piace. Sono curiosa di conoscerla. Magari le dico se dopo la lezione andiamo a fare un giro.

«Ti va di fare due passi? Però solo se hai tempo, se hai voglia non sei obbligata…»

Ehi, come la fa lunga!

«Guarda che io non faccio mai quello che non mi va.»

Mi guarda con un’espressione strana.

«Beata te.»

«E comunque sì, mi va.»

Usciamo insieme. Finalmente sole, luce!

«Dove andiamo?» le chiedo.

«Un posto in mente ce l’avrei.»

«Anch’io».

«Dì.»

«No, dì tu.»

Poi insieme: «L’Isola Tiberina!»

Scoppiamo a ridere: se non è sintonia questa…

Una cosa in comune ce l’abbiamo, oltre il segno zodiacale. L’Isola. E’ il ‘mio’ posto. E anche il suo, scopro. Me lo racconta mentre scendiamo gli scalini che portano sul greto del fiume. Mentre passeggiamo sul marciapiede di marmo che circonda il muro dell’ospedale. Mi dice che le piace venire qui a leggere, a studiare, a fantasticare. Anche a me, rispondo stupita. Strano non esserci mai incontrate. Ride.

«Si vede che era scritto che dovevamo incontrarci in modo diverso» commenta.

 «Credi al destino?»

«Credo che la vita ci offra delle possibilità Sta a noi afferrarle.»

 Anch’io la penso così.

Parliamo, parliamo, parliamo. Ci fermiamo sulla ‘prua’ dell’Isola, che da qui sembra davvero un’antica nave romana.

«Non ti sembra che potresti salpare da un momento all’altro?»

«Mi piacerebbe.»

Adesso restiamo un po’ in silenzio, a fissare il fiume che ci scorre  intorno da tutti i lati. La città sembra appartenere a un mondo lontano, ci arriva solo un ronzio attutito dallo scorrere dell’acqua.

«Vieni» le dico.

Il rombo dell’acqua si è fatto più intenso. Le rapide si agitano a pochi passi da noi. Circondano i piloni del ponte come in un abbraccio.

«Arriviamo al pilone?»

Fisso l’acqua che scorre tumultuosa, in un tripudio di schiuma e detriti. Mi scoccia ammetterlo, ma ho un po’ paura. Esito.

«Dai,» mi tende la mano «ci sono andata un sacco di volte.»

Prendo la sua mano. Mi affido.

Procediamo lentamente. Ho lo sguardo fisso sui suoi piedi che procedono decisi. Cerco di ignorare il fragore dell’acqua. Quando arriviamo, lascio andare il fiato. Non mi ero accorta di averlo trattenuto.

Mi guarda: «Per me la vita è una sfida a superarmi. Sempre. E’ un modo per vincere le mie paure.»

Penso che, se io mi sono affidata, lei mi ha consegnato una parte di sé. Mi sento come quando da bambini, dopo una prova di coraggio, si faceva il ‘patto di sangue’ e ci si giurava eterna amicizia.

Il fiume ci scorre intorno, ci mormora qualcosa.

La città ci guarda dall’alto. Ci rimanda quel mormorio.

Ci parla la nostra splendida, complice, unica città.

Ci dice di noi.

E noi la ascoltiamo.