PIERNICOLA SILVIS – Show don’t tell

 

 

PIERNICOLA SILVIS

Show, don’t tell.

“Mi chiamo Renzo Bruni.

Sono dello SCO, il Servizio Centrale Operativo della Polizia.

Fare il poliziotto era quello che volevo.

Ho delle storie da raccontare perché ne ho vissute molte.

E le ho sofferte tutte.”

 

Una carriera fino ai massimi vertici della Polizia di Stato, una passione mai sopita per la narrativa noir e thriller, le spalle sempre dritte. Il suo biglietto da visita? Eccolo: “Sono orgoglioso soprattutto di una cosa, e lo dico qui, pubblicamente: sia come funzionario di Polizia che come autore, non ho mai chiesto aiuti e favori politici o altro. E avrei potuto farlo”. E noi non potevamo farci sfuggire l’opportunità di intervistarlo…

La prima domanda è la più scontata ma, conoscendo la tua bio, ineludibile. Sei stato per trentasei anni nella polizia, concludendo la tua carriera come questore di Foggia, la tua città. Quando hai maturato l’idea di scrivere romanzi? E qual è la motivazione più forte che ti ha spinto a farlo?

Sono un creativo per natura, da sempre. A quindici anni avrei voluto fare il regista cinematografico o lo scrittore, poi la vita reale ha preso il sopravvento sui sogni. La voglia di scrivere, sopita per anni, ha ripreso vigore all’età di 44 anni, quando decisi che ci avrei provato sul serio. Così ho passato mesi e anni a trovare la storia giusta da inviare a editori e, ovviamente, a capire come si narra (mai fatto corsi di scrittura) e via dicendo. E nel 2006 Fazi ha pubblicato il mio primo romanzo. Perché scrivo? Ho delle storie dentro e adoro condividerle, ma sicuramente sono vittima  di quel sottile egocentrismo che pervade tutti coloro che si dedicano a un’arte

Spesso, soprattutto quando si parla di chi dà la caccia ai serial killer (come John Douglas, il primo  e più celebre profiler dell’FBI), viene citata la frase di Nietzsche: “Chi lotta con i mostri deve guardarsi dal non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te.” Nel metterti nei panni dei criminali, per il tuo lavoro di poliziotto e anche di scrittore, ti è successo di subire l’influenza del lato oscuro che si cela dentro ognuno di noi?

Per quanto io sia un empatico in grado di entrare facilmente nella testa della gente, e quindi in quella dei personaggi delle mie storie, devo dire che riesco a uscirne altrettanto facilmente. In particolare quando si tratta di pedofili e, ancor più in dettaglio, per il personaggio del mio primo romanzo, Un  assassino qualunque, un serial killer di bambini pedofilo. Lì è stato certamente necessario, per quanto molto sgradevole, entrare nella testa del protagonista. Ma fortunatamente, chiuso il pc, tornavo quello di sempre.

Quanto il contatto con il male, con le perversioni e con le atrocità di cui può essere capace un essere umano, come  nel caso dei pedofili omicidi che troviamo nel tuo primo romanzo - Un assassino qualunque -  e sintetizzati nel personaggio di Diego Pastore - in Formicae e ne La lupa -  ti ha segnato?

Alcune vicende di Un assassino qualunque sono purtroppo vere, sono cronaca. E se la storia disturbante di Emanuele Rode - prima giornalista, poi sindaco di un’importante città e infine ministro della Repubblica – è un parto della mia fantasia, la vicenda dei video snuff russi con bambini purtroppo non lo è. Quell’indagine mi ha fatto soffrire, ed è ciò che mi ha spinto a descrivere il male che pervade tutto il romanzo.

Come scrittore, ritieni sia giusto tracciare in modo netto la linea  di demarcazione tra bene e male – nel senso di buoni da una parte e cattivi dall’altra – oppure pensi  che  i confini siano più sfumati?

In realtà i confini sono sempre sfumati, ma in linea di massima sì, vedo i buoni da una parte e i malvagi dall’altra

Che tipo di reazioni e di riflessioni vuoi provocare nei tuoi lettori, colpendoli con  con quello che tu hai definito un ‘pugno nello stomaco’?

La gente deve capire che siamo circondati dal male, e mostrarglielo è il modo migliore per farglielo capire. Così le si consente un’autodifesa,

Credi che la narrativa noir/thriller abbia anche una funzione sociale e non solo di intrattenimento?

Non c’è altra dinamica narrativa, secondo me, che consenta di entrare meglio nelle pieghe più nascoste della società che ci circonda. Inoltre è una narrativa consolatoria, perché intanto il lettore legge una storia sì “negativa” ma molto distante e che non capita a lui, e poi nei thriller il bene in qualche modo trionfa sempre. E ci si sente felici, quando alla fine questo avviene. Diciamo che la storia thriller è una sorta di antidepressivo. Al contrario, in molti romanzi intimistici è la negatività ad avere la meglio.

Hai approfondito studi di scienza comportamentale o le tue conoscenze in materia  derivano dal lavoro sul campo?

Certo. Mi ha molto aiutato la tesina che preparai per l’esame del corso dirigenziale della Polizia di Stato, nel 2003: era proprio sul profiling e sugli omicidi seriali. Una specie di destino, insomma

Hai scelto il thriller come modalità narrativa,ovvero la ‘gara’ tra il criminale e l’investigatore, piuttosto che lo schema giallo classico. Perché?

Perché è un modo diverso di creare la suspense. In genere, trovo che il classico finale in cui si scopre l’assassino sia un po’ deludente, perché di solito il killer o è un perfetto sconosciuto, o è un familiare della vittima o, peggio, è il poliziotto buono. Insomma, è una dinamica standard da cui non si esce. Invece descrivere la dinamica “buono che deve fermare il cattivo”consente all’autore di inventarsi di tutto, oltre che affascinare il lettore creando non solo la vita dei personaggi positivi e delle vittime, ma anche quella del “cattivo”

Hai detto una cosa interessante che ci piacerebbe approfondire:  “Il mio stile si è modificato molto da Un assassino qualunque, anche se forse Formicae(il primo romanzo con protagonista Renzo Bruni) è l’unico in cui ho adottato uno stile un po’ all’americana, perché dal successivo ne ho trovato uno più personale. E comunque c’è storia e storia, perché penso che ogni trama voglia, pur mantenendo fermi altri punti, la sua scrittura.”

Sono un fan di Frederick Forsyth, e non avendo mai fatto corsi di scrittura, all’inizio mi sono un po’ ispirato al modello di scrittura decisa dell’autore inglese. Lo ammetto. Ma dal successivo, cioè dall’Ultimo indizio, ho trovato uno stile molto più personale, che ho mantenuto fino a Gli Illegali. E che manterrò. Molti scrittori gestiscono storie diverse con la medesima modalità narrativa, ma io sono convinto che ogni storia abbia una sua specificità. Non posso descrivere la drammatica vicenda di formazione di una giovane veronese-bene, oggetto di un mio romanzo di prossima pubblicazione, con lo stesso stile con cui faccio parlare dei banditi o una squadra di poliziotti duri. Per quanto la mia prosa sia sempre molto “cinematografica”(mi piace mostrare ciò che fanno e dicono i personaggi, meno spiegare cose al lettore), in realtà ogni storia vuole la sua scrittura. Capisco che molti autori abbiano difficoltà a gestire questa dinamica, perché in genere se uno ha uno stile tende a mantenerlo, a meno che non sia empatico come lo sono io, cosa che mi consente un’immedesimazione nei personaggi talmente forte da sentirmi immerso nel loro mondo e poterlo perciò descrivere con le loro parole

Pensi che un personaggio seriale offra più opportunità a un autore?

Sì, il rischio però è lasciarlo sempre nello stesso contesto territoriale. In questo modo prima o poi si inaridisce. Proprio per scongiurare questo pericolo, il mio Renzo Bruni ha la possibilità di agire, grazie all’ufficio della Polizia in cui è in servizio (lo SCO), in tutto il territorio nazionale.

Quali consigli daresti a chi vuole scrivere gialli o noir?

Non lo so, sono ancora sempre io stesso a caccia di consigli… Non riuscirei mai a spiegare “come si scrive” un thriller, al massimo potrei spiegare, forse, come li scrivo io. Alcune cose comunque sono basilari, come ovviamente la fantasia e la creatività. Ma sono due gli elementi che fanno la differenza. Uno è il saper utilizzare il pensiero laterale, cioè scovare sempre le soluzioni meno logiche di un problema. L’altro è di non aver paura di esporsi per timore di fare questa o quella figura. Se avessi avuto questo timore, Un assassino qualunque non sarebbe mai nato. Osare è fondamentale, per scrivere noir

Gli spunti e le idee per le tue storie nascono tutti dalla realtà e dalla tua esperienza di poliziotto?

La base è realistica, per gli ovvi motivi nati da 36 anni di polizia investigativa. Ma le trame sono tutte di fantasia.

Inizi il romanzo solo se hai una scaletta ben definita  o scrivi di getto?

Assolutamente sì, non so cosa sia il famoso blocco dello scrittore: avendo una scaletta (ci metto anche due mesi a organizzarla) ogni volta che mi siedo al pc so perfettamente cosa scriverò

Parti da un personaggio o da una situazione?

In genere parto da un personaggio negativo inserito in una situazione di conflitto: il lettore lo devi acchiappare subito, non consentirgli mai di aspettare troppo prima di sentire l’adrenalina scorrere, altrimenti ti molla

Quando scrivi hai in mente un preciso target di lettori?

No, vorrei piacere a tutti. Presuntuoso, lo so, ma è così. Tanto so bene che poi la realtà sarà un’altra

Quanto conta per te l’ambientazione?

Moltissimo. È il contenitore, è il mondo in cui operano i protagonisti. In genere descrivo cose, persone e luoghi con pochissimi colpi di penna, massimo due o tre righe per non tediare il lettore. Ma devono essere incisivi, per fargli sentire e vedere quello che sente e vede la tua mente

Tre doti che deve avere uno scrittore di gialli/noir/thriller

Come ho detto prima, lo scrittore di thriller deve sapere osare senza timore, esponendosi al rischio di essere catalogato in una categoria: non fa niente, tu sei uno scrittore e chi sta in una categoria è il tuo personaggio, non tu. Deve avere fantasia, e questo è scontato. Poi deve sapere di cosa parla, deve essere realistico, deve conoscere bene i mondi in cui operano i suoi personaggi, altrimenti l’effetto è farsesco. Tuttavia, mi rendo conto che questa esperienza non la si può pretendere da tutti quelli che scrivono thriller