LA PAROLA AGLI AUTORI – SERIAL WRITERS 2

SERIAL WRITERS 

Seconda parte

Seconda parte dell’ intervista ai cinque serial writers che hanno accettato di rispondere alle nostre domande sulla loro scelta di creare dei personaggi seriali,  con i pro e i contro che questo ha comportato. Lasciamo di nuovo la parola a Giulia Beyman, Riccardo Bruni,  Gabriella Genisi, Giulio Leoni, Elena e Michela Martignoni.

Che rapporto hai con il tuo/a protagonista?

GIULIA BEYMAN

Le mie protagoniste sono tre, e in ognuna – in qualche modo – trovo qualcosa di me. In Nora ritrovo la mia parte più pacata, spirituale, ‘domestica’… il mio bisogno di stare a contatto con la natura, l’importanza della famiglia. Come me, poi, Nora ama le case (non è un caso che sia un’agente immobiliare). Kate, che adoro, è introversa, riservata, e anche spigolosa, come mi sento spesso. Scrive gialli e ha fisime e idiosincrasie, legate a questo lavoro, che riconosco. Ed Emma… amo il suo carattere istintivo, e il suo essere empatica. Anche se non sarò mai brava come lei sui tacchi alti. In generale, nei momenti di blocco dello scrittore o di pigrizia, tutte e tre si coalizzano per farmi sentire in colpa ed esercitano una sana pressione affinché mi impegni un po’ di più a creare una nuova storia.

RICCARDO BRUNI

Nel momento in cui ho deciso di scrivere un seriale, il primo passaggio che mi sono imposto è stato quello di cercare un protagonista. E Berni si è presentato in quel momento. Era già così, senza bisogno di aggiungere altro. È stato semplice. D’altronde, non ho dovuto inventare molto. C’è tanto di me in lui. E viceversa. Il nostro quotidiano è chiaramente diverso: mentre lui è impegnato a risolvere omicidi, io sono davanti a un computer. Ma credo che ci trovassimo a bere una birra, andremmo sicuramente d’accordo. Probabilmente, staremmo tutta la sera a parlare di multiversi, film anni Ottanta e Pink Floyd.

GABRIELLA GENISI

 

Diciamo che dopo 10 anni e 8 libri ci sopportiamo come vecchi coniugi. Ma sarebbe impossibile farne a meno.

 

 

 

 

GIULIO LEONI

Di grande simpatia, per tutti. Perfino per Dante, notoriamente ritenuto un carattere aspro e intransigente, che a me è sempre parso invece straordinariamente amichevole.

 

 

 

ELENA E MICHELA MARTIGNONI

Noi abbiamo un ottimo rapporto con il nostro protagonista. Per crearlo ci siamo ispirate a un poliziotto vero, ormai un amico che ci aiuta e ci consiglia, ma per assurdo in lui c’è molto di noi. C’est moi… Come Madame Bovary. Lo mettiamo in situazioni estreme e ci chiediamo come reagiremmo noi al suo posto. L’idea di creargli una Coscienza vivente e parlante è nata da questo. Spesso lo critichiamo e lo mettiamo in discussione dal vivo, cioè all’interno del testo.

 

Narrazione verticale e narrazione orizzontale, cosa prediligi e perché?

GIULIA BEYMAN

Premesso che la storia perfetta secondo me nasce dall’equilibrio tra le due narrazioni, mi piace molto

raccontare gli squilibri emotivi dei personaggi e il modo in cui reagiscono ai grandi momenti di crisi. Di sicuro mi fa impazzire meno degli incastri matematici che la struttura del giallo richiede.

RICCARDO  BRUNI

È difficile dirlo. In un certo senso, la prima direzione è quella che ti fa innamorare di un libro. La seconda è quella che ti fa innamorare della serie. Ma quando una storia funziona, quasi non si riesce a

distinguerle, perché tutto sta al posto giusto. I rapporti tra i personaggi, i conflitti, le prove interiori da superare. Per quanto riguarda Berni, credo le singole storie abbiano una forte connotazione gialla, mentre il modo in cui il protagonista cerca di risolvere i propri casini personali, attraverso l’intera trilogia, sia quasi un romanzo di formazione.

GABRIELLA GENISI

Decisamente verticale, intanto perché credo necessario rendere ogni libro a sé stante per dare maggiore libertà al lettore di leggere anche un solo episodio della serie. E poi perché da lettrice mi sembra che la

narrazione orizzontale sia un escamotage per consentire a noi scrittori di scrivere un libro dopo l'altro. Una formuletta semplice semplice: una trama esile, un po' di pagine per ogni personaggio, frullare tutto e il gioco è fatto. No, non fa per me.

GIULIO LEONI

Entrambe, ma con un occhio particolare alla verticalità. Il lettore ha diritto ovviamente ad avere notizia dei fatti personali e dell’evoluzione dei personaggi, ma più ancora a conoscere l’esito definitivo della vicenda che ha iniziato a leggere. Personalmente detesto quei racconti –siano scritti che fiction- in cui tre

quarti della storia è dedicata ai problemi familiari del protagonista, alle sue turbe psichiche, a quello che gli piace cucinare, ai cani che ama ecc. Non dico che vorrei solo personaggi hard boiled asciutti come Spade o Hammer, ma nemmeno che il racconto si svolga sul lettino dello psicanalista.

ELENA E MICHELA MARTIGNONI

Noi usiamo una tecnica mista in questo senso. Ovvero in ogni titolo mettiamo un caso che si apre si articola e si chiude nell’episodio. Mentre però Berté indaga sul suo caso snodiamo anche la sua vicenda personale che si trascina nel tempo. Ad esempio: per dieci uscite non abbiamo rivelato il motivo del suo

trasferimento in Liguria e ora da due romanzi stiamo affrontando in modo approfondito l’incidente che costò la vita ai suoi genitori. Quindi piano orizzontale e verticale si mescolano. Ma di più: essendo Berté un aspirante scrittore noi inseriamo in ognuno dei suoi casi anche un racconto scritto da lui. La domanda è: diventerà uno scrittore? Riuscirà a pubblicare i suoi racconti o essi rimarranno solo una sua rielaborazione fantasiosa dei casi che affronta di volta in volta? Ci piace mescolare e sorprendere il lettore, ci piace cambiare i piani narrativi.

Hai pensato a sviluppare degli spinoff dalla serie?

GIULIA BEYMAN

Più di una volta. Prima o poi lo farò.

RICCARDO BRUNI

Sì. E per questo motivo non posso dire altro. Quando ho un’idea da scrivere non posso parlarne. Altrimenti finisce che mi dà l’impressione di averla già raccontata. E allora non la scrivo più.

GABRIELLA GENISI

Ci sto pensando in questi giorni, ma al momento è solo un'intuizione.

GIULIO LEONI

Certo, sto lavorando sia a una versione tv, che a quella a fumetti.

ELENA E MICHELA MARTIGNONI

Sì, forse il romanzo che stiamo scrivendo ora (l’undicesimo della serie) potrebbe essere considerato uno spinoff.

A tuo parere quali sono i pro e i contro nello sviluppo seriale di un progetto?

GIULIA BEYMAN

Se ci sono dei “contro”, finora non me ne sono ancora accorta.

RICCARDO BRUNI

Da una parte ti ritrovi con un po’ di lavoro già fatto. I personaggi già ci sono, hai un’idea di quello che dovrà accadere, i conflitti e le relazioni sono già delineati. Quando inizi a scrivere hai già del materiale e questo è confortante. Inoltre, i tuoi lettori già conoscono il protagonista. Dall’altra parte tutto questo si traduce in una serie di limiti, proprio perché già esiste una cornice entro la quale devi muoverti e che, per ragioni di coerenza narrativa, devi rispettare. Ma sono tutte cose sulle quali riflettere a posteriori. Sono dell’idea che quando hai voglia di scrivere una cosa, prima la scrivi meglio è.

GABRIELLA GENISI

Il vantaggio può essere quello di fidelizzare i lettori, lo svantaggio è la noia.

GIULIO LEONI

Nessuno, semmai c’è un rischio, che andando avanti gli episodi si facciano ripetitivi e comincino ad annoiare chi scrive e chi legge. Ma per questo basta fermarsi in tempo, e inventare un’altra cosa.

ELENA E MICHELA MARTIGNONI

Non vediamo i contro della narrazione seriale. Forse quanto già risposto: la serialità rischia di diventare ripetitiva.

È da sempre esistita e funziona. Stimola la curiosità del lettore e lo tiene legato al personaggio e alle sue vicende. Certo è un genere particolare con le sue regole, diverso dalla narrativa tradizionale ma ha molti pregi.

Mi viene in mente Mario Vargas Lllosa: Non si può definire seriale la sua produzione, ma spesso i suoi personaggi ritornano nei vari romanzi (slegati tra loro) e al suo lettore fidelizzato fa piacere ritrovarli in situazioni diverse. Anche questo è un modo originale di fare serie.