INTORNO AL GIALLO – AUGUSTO BRUNI Il genere detective

IL GENERE DETECTIVE

AUGUSTO BRUNI

Quando ho presentato il mio intervento al seminario “indagini sul giallo”, nel marzo 2017, avevo già scritto qualcosa sull’importanza degli archetipi all’interno della struttura narrativa cinematografica. In particolare avevo dedicato (assieme a Luigi Forlai) un intero libro alla figura del detective e al genere narrativo e cinematografico ad essa collegato. A tre anni di distanza ho ripreso le stesse tematiche in un libro recentemente pubblicato: “Scrivere con gli Archetipi”. Il libro è dedicato specificamente agli scrittori e agli sceneggiatori che vogliono arricchire la propria “cassetta degli attrezzi” utilizzando queste importantissime figure di riferimento.

Per quanto riguarda il Mago, che è l’archetipo dietro alla figura del Detective, devo far notare alcune cose importanti. Il Mago è un ricercatore, anzi è il primo ricercatore della storia. È quello che scopre che alcuni eventi in particolare sono legati da una catena di causa ed effetto con le azioni precedenti. Questa scoperta è una vera e propria bomba per tutta l’umanità. Scopro che picchiando due pietre tra di loro produco delle scintille. Se sotto le scintille c’è dell’erba secca, questa si infiamma. Passerà molto tempo prima che possa definire “scientificamente” che cosa sono le scintille e perché hanno il potere di infiammare l’erba secca. Ma per intanto le mie notti non sono più buie e riesco a tenere lontani gli animali selvaggi e feroci che possono mangiarmi. C’è poi un altro passaggio importante, che probabilmente è avvenuto in conseguenza della domesticazione del lupo che diventa cane. I nostri progenitori diventati cacciatori sanno già applicare la legge di causa ed effetto alla caccia a fini alimentari: se pesto i piedi o le zampe nella sabbia nella terra lascio un’impronta; solo quell’animale lascia quelle orme; se voglio mangiarmi quell’animale, devo seguirne le orme. La domesticazione del cane mette l’uomo in netto vantaggio rispetto alla preda animale: il cane infatti segue l’odore della preda, che è invisibile, e poi la stana o la fa volare, consentendone l’uccisione. La preda a sua volta impara a mettere in atto delle strategie di sopravvivenza, come ad esempio camminare lungo uno corso d’acqua, per annullare il proprio odore e le proprie tracce. Si tratta, come immagino abbiate già intuito, di metafore che verranno utilizzate costantemente nelle narrazioni moderne del detective. Le impronte dell’animale, il pelo che ha lasciato sul luogo dell’uccisione, magari un dente che si è spezzato, il sangue stesso diverso da quello della vittima, sono quelli che oggi chiamiamo “indizi”. Sono quelle testimonianze che consentiranno al cacciatore di risalire dagli effetti alle cause e quindi egli dirà, nel caso che abbiamo appena citato: qui è stato ucciso un grosso animale, probabilmente una zebra, e ad assalirla è stato un branco di jene, che poi hanno trascinato via la carcassa. E magari, spostandosi, il cacciatore troverà la carcassa qualche centinaio di metri più lontano.

Il cacciatore primitivo appartiene anch’esso all’archetipo del Mago, perché lavora sull’eliminazione progressiva dei dubbi sino ad arrivare alle certezze, e con una attività che è tipicamente e sempre all’indietro. Questo cacciatore è anche il progenitore più antico del detective moderno. Il filo conduttore che lega entrambi è il legame di causa ed effetto. Tant’è vero che ancora oggi un buon detective è quello che da un effetto finale – mettiamo ‘ferita grave’ - sa risalire all’indietro all’oggetto che l’ha causata. E questo, come sappiamo, è il lavoro tipico della polizia scientifica. In un secondo momento c’è magari un poliziotto della squadra investigativa che si occupa di risalire alle cause, alle motivazioni, insomma al “movente” che ha scatenato aggressione e ferita. Se tutti i tasselli del puzzle vanno a posto, questi passa la palla alla magistratura, che incrimina il presunto colpevole.

In questo scenario abbiamo a che fare con dei veri e propri professionisti dell’indagine. Sono tutti funzionari dello Stato, cioè sono persone che agiscono in nome e per conto dell’intera organizzazione sociale per scoprire i responsabili di un crimine. Se guardiamo alla storia del genere che è stato definito per anni “ poliziesco”, ci renderemo conto che sia il commissario di polizia che il detective privato sono una conseguenza inevitabile di uno stato organizzato secondo la classica tripartizione del potere in legislativo,  esecutivo e giudiziario, che abbiamo ereditato dalla rivoluzione francese. È vero che in tutto il mondo antico vi sono state figure di inquisitori ma, a parte il potere più o meno assoluto da cui discendevano e dentro cui operavano queste figure, nella storia c’è un vero grande punto di svolta che cambia tutto, proprio tutto. Ed è anche il punto di nascita del detective in tutto il mondo moderno. Si tratta della pubblicazione di un trattato di straordinaria apertura mentale intitolato “Dei delitti e delle pene”, scritto dal nostro Cesare Beccaria nel lontano 1764. Basta scorrere l’indice di questo libro per capire la sua importanza: Cap. 1. Origine delle pene; Cap. 2. Diritto di punire; Cap. 3. Conseguenze ; Cap. 4. Interpretazione delle leggi; Cap. 5. Oscurità delle leggi; Cap. 6. Proporzione fra i delitti e le pene.

Non c’è legislazione al mondo che possa dire di prescindere da questo libro. E, visto che i crimini sono in fondo null’altro che delle azioni umane, il nostro ricercatore/detective (che ha studiato Beccaria) sa bene entro quali confini muoversi, perché c’è una classificazione precisa delle azioni umane che rientrano sotto la definizione di “ crimine”. E di conseguenza sa che in alcuni casi può muoversi autonomamente, mentre in altri deve aspettare l’autorizzazione del magistrato inquirente. Ma qui, come si dice, siamo ancora alla preistoria. È solo alla metà dell’Ottocento che l’investigatore privato e il commissario di polizia diventano i protagonisti sia delle indagini reali che di quelle narrative.

L’ Auguste Dupin di Edgard Allan Poe è il primo detective moderno, ed è per giunta un detective per hobby, dotato della virtù principale di tutti i detective moderni, cioè la capacità deduttiva e una logica implacabile. Cosa curiosa, pare che Poe abbia modellato il suo Dupin su un personaggio realmente esistente e suo contemporaneo, cioè Francois Vidoq. Questi aveva alle spalle una singolare carriera, poiché da ragazzo criminale e informatore della polizia era infine divenuto Capo della Polizia stessa (la Suretè) istituzionalizzando la figura dell’infiltrato – e a ben vedere l’infiltrato (o più tardi la spia)  è esso stesso un detective ma direttamente dentro l’organizzazione criminale. Pensate al ruolo rischiosissimo di Di Caprio in The Departed.

 

 

Una volta avviata, la macchina della narrazione sul detective produce altre figure di Detective. A seconda del contesto giuridico avremo delle figure di detective privato, che agisce su licenza dell’organizzazione sociale e con dei limiti ben precisi, oppure un investigatore occasionale, una figura di “ scienziato” o di “ ricercatore” sui generis. Conosciamo bene i nomi letterari e cinematografici di entrambe queste figure: nel primo caso avremo Sherlock Holmes, Poirot, Maigret, Nero Wolfe, nel secondo caso Padre Brown, Don Matteo e la Signora in giallo. Non è un caso che Sherlock vada d’accordo con Scotland Yard, così come non è un caso che Don Matteo sia ( perlomeno agli inizi) in scontro perpetuo con il capitano dei carabinieri. Il primo è un detective “istituzionalizzato”, mentre invece il secondo è occasionale.

Con l’avanzata delle scienze esatte la figura del detective comincia a specializzarsi essa stessa. È così che nascono delle figure di detective ancora più diverse, che sono diventate via via sempre più famose nella letteratura come al cinema: prima di tutto i medici legali, “coroner” nella cultura anglo-americana, e qui posso citare Kay Scarpetta; ci sono poi gli specialisti dei laboratori di analisi, che seguono le tracce dei delitti con strumenti sempre più sofisticati, come i carabinieri del RIS di Parma o gli specialisti forensi di C.S.I., entrambi veri “segugi” della scena del delitto. Infine abbiamo persino un genio matematico come Charlie Eppes della serie Numbers, che aiuta il fratello poliziotto dell’FBI. Abbiamo infine una serie lunghissima di detective/avvocati, ovvero avvocati che portano al massimo le loro capacità induttivo-deduttive per difendere al meglio il loro cliente: un nome storico per tutti è Perry Mason, assieme a tutti i protagonisti dei legal thriller di John Grisham. Come vedete, si tratta di casi in cui il detective alternativamente 1-utilizza solo il prodotto finale dell’attività dei suoi ausiliari-scienziati oppure 2- è uno scienziato egli stesso, perché si muove attivamente ricercando egli stesso le prove del delitto. In entrambi i casi la narrazione è assolutamente al passo coi tempi, perché la precisione dello strumento scientifico, che vede anche l’invisibile, diventa straordinariamente importante nell’indagine.

Aggiungo in coda una considerazione: sono possibili in futuro altre configurazioni del genere detective?

Io personalmente credo di no. Credo cioè che l’avanzata della scienza costituisca il limite massimo oltre il quale la scienza della deduzione non può andare. Il test del DNA ad esempio, una volta penetrati nell’intima struttura di esso, permette di appurare con una certezza quasi assoluta la paternità o la non-paternità o maternità, oppure la presenza o meno di un’anomalia genetica. Ma sinora la scienza non ha ancora costruito un modello reale di relazione col crimine fatto in termini prognostici. La scienza insomma non ci ha ancora dato la sicurezza al 100% che un individuo con un’anomalia genetica sviluppi una malattia, e men che mai sviluppi una mente criminale. Esiste un limite di prevedibilità del crimine.

 

L’unico che abbia provato a immaginare una situazione ipotetica, in cui tutto il sistema penale è basato su un giudizio di previsione anticipata del crimine, è stato non a caso uno scrittore di fantascienza come il grande Philip K.Dick di Rapporto di Minoranza/Minority report. In un mondo futuro, la relazione dell’ordine costituito con il crimine è completamente cambiata, perché la polizia utilizza tre veggenti che riescono a prevedere il crimine con un certo anticipo. Questi tre veggenti sono la personificazione moderna di un certo tipo di Mago che conosciamo: si tratta di mago Merlino, che aveva il potere della visione del futuro. Questa visione gli consentiva di vedere la catena degli avvenimenti in avanti, ma non indietro, e se mai Merlino riusciva a fare detection solo quando vedeva il presente con estrema chiarezza, nei termini delle relazioni nascoste. Nel romanzo e nel film i tre precog , i tre veggenti, vedono ciò che sta per accadere ma non sanno dove. Loro ricevono immagini della futura commissione di un crimine. Vantato come il sistema più “ scientificamente obiettivo” nella prevenzione del crimine, lascia al funzionario di polizia l’ultimo residuato della vecchia detection: il protagonista Tom Cruise deve infatti limitarsi a usare le immagini registrate dalla mente dei precog e indovinare e individuare con certezza solo il luogo dove sta per avvenire il crimine, e poi intervenire rapidamente per evitare che il crimine venga effettivamente commesso. Tutto il sistema collassa perché viene tenuto nascosto (e poi scoperto) che il sistema non è preciso al 100%. Esiste infatti talvolta una relazione minoritaria che va contro il giudizio probabilistico. In altri termini si dice che c’è una probabilità altissima che il crimine si verifichi, ma è altrettanto vero che c’è una piccolissima percentuale in cui il crimine non si verifica necessariamente: tutto dipende da chi commette le azioni. Considerata ininfluente, questa possibilità minoritaria è in realtà l’espressione del libero arbitrio umano. Ed è questo, secondo me, il limite del genere detection per il futuro.

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