INCURSIONI GIALLE – VALERIA CORCIOLANI

VALERIA CORCIOLANI

DALL'IMMAGINE AL GIALLO

PASSANDO PER IL FUMETTO

Nasce come grafica e illustratrice, poi però decide di esordire con un romanzo giallo che trova immediatamente il consenso del grande pubblico. 

A cosa è dovuta questa scelta?

È vero, il primo approccio al mondo dell’editoria è stato come illustratrice e cartoonist, ma in realtà scrivere non è poi così diverso, ho solo modificato “prospettiva”: prima raccontavo storie con le immagini, ora le racconto anche con le parole e tutto sommato sono due universi che in me si compenetrano abbastanza. Ora la scrittura è la mia attività principale, ma non ho abbandonato l’illustrazione e neppure gli incontri con le scuole: oasi che salvaguardo con le unghie e con i denti: lavorare con bambini e ragazzi porta a rinnovarsi sempre e non adagiarsi mai, spalancandoti ogni volta orizzonti inaspettati.

Una colf e un ispettore di polizia sono una coppia investigativa decisamente fuori dal comune. A chi ti sei ispirata?

L’idea della coppia improbabile de “La colf e l’ispettore” è nata tipo “Tu hai visto la luce!” di Jack Blues dei Blues Brothers, ve la ricordate?, e proprio mentre pulivo casa (due figli adolescenti, un marito sempre di corsa e un felino, avete presente? Ecco, questo per dire che ho visto cose che voi umani… ;)) insomma, mi son trovata a pensare: chi meglio di una colf riesce a infilarsi nelle pieghe più nascoste delle vite altrui?

E così ha preso vita Alma Boero che, volente o nolente, con il suo lavoro entra in questi micro universi e scopre inevitabilmente “cose”. E poi chi c’è di più invisibile di una donna delle pulizie? Ecco, dopo un attimo questa idea aveva già messo le tende nella mia materia grigia, pronta a lievitare per srotolarsi tra le pagine del nuovo romanzo.

L’ironia è una delle caratteristiche che contraddistinguono Alma e che sicuramente contribuiscono al successo della  serie che la vede come protagonista. Cosa ti ha spinto a condire i tuoi gialli con robuste dosi di umorismo?

Come diceva Victor Hugo: la libertà comincia dall’ironia! E io ne sono convintissima, perché l’ironia è quella cosa che ti spinge a buttarla sul ridere, anziché buttarti giù. Sempre e comunque vada.

Insomma, non bisogna mai dimenticarsi l’importanza immensa di saper sorridere e perché no, anche ridere!, di noi stessi, e non riuscirei mai a farne a meno: è un po’ come la mia impronta digitale-scritta, sì!

E poi a prendersi troppo sul serio diventa tutto di una noia mortale…

Credi che il genere sia  un veicolo per raccontare altro?

Sì, o almeno per me lo è senz’altro. Le mie trame, un po’ noir e un po’ commedia, sono quelle che mi permettono di scavare e insinuarmi in ciò che amo di più raccontare: la vita e la gente.

Ti piacciono le contaminazioni di genere?

Be’, da una a cui la faccenda del classificare la lettura tramite “generi” ha sempre fatto venire l’orticaria, non potrete che sentir dire che approva le contaminazioni eccome! D’altronde sono la prima a praticarla con costanza e determinazione: editorialmente parlando il mio è un “genere” del genere, nel senso che si tratta di un genere incasellato nei “Gialli\thriller” ma con tratti ironici e divertenti tipici della commedia, quindi ogni tanto si ride senza incappare in morti troppo cruente o smembramenti di arti. E comunque sì, come è facilmente intuibile questa dei “generi” non è un’etichettatura programmata a raccogliere le sfumature, tanto più che per iniziale del cognome capito sempre accanto a nomi “thrillerossissimi” tipo Carrisi Connely Cornwell… ecco, appunto, capite il dramma?

Ma a quanto pare i lettori sono sempre due curve avanti, e la cosa funziona comunque.

Quali consigli daresti a chi vuole scrivere gialli o noir ?

Osservare. Sempre. Tanto. Tutto. Quando vado a parlare nelle scuole cito sempre un aneddoto che ha per protagonista Alfred Hitchcock (aneddoto che ho ritrovato, con enorme soddisfazione, anche in uno degli ultimi romanzi di Manzini).

Roma, scuola di sceneggiatura, tutti che non stanno nella pelle per il privilegio di avere nientepoppodimenoché Alfred Hitchcock a parlare di come si inventa una trama gialla. Lui entra, li guarda e dice: «Per scrivere la sceneggiatura di un giallo sono necessarie due cose: spirito di osservazione e buona cultura». Poi con la mano tira il bavero della giacca a coprire il collo e domanda: «Di che colore è la mia cravatta?» Silenzio TOTALE. «Bene» annuisce lui «mi auguro che abbiate una buona cultura» e se ne va. Capito? 😉

 Quanto è importante documentarsi?

Quasi sempre scrivere ti porta a studiare, documentarti, scavare e domandare, sempre.

Certo, senza pedanteria e mai con sterile nozionismo, ma il lettore ha diritto di muoversi tra le pagine capendo ciò che legge e di cosa si sta parlando, quindi mai dare per scontato, specialmente se ci si addentra in territori da “addetti ai lavori”.

Però spesso e volentieri scrivere ti porta a spremere chi ne sa per scoprire fin dove puoi spingerti a piegare la scienza a uso e consumo della trama che hai in testa, per questo è giusto avvisare che sempre di romanzo si tratta, e come tale va letto.

Inizi il romanzo solo se hai una scaletta ben definita  o scrivi di getto?

Vere e proprie scalette no, il grosso della storia si sviluppa mano a mano che scrivo, come se io stessa leggessi la storia scritta da un altro: non so esattamente dove mi porterà, che direzione imboccherà, personaggi che ritenevo secondari prendono forza e vita fondendosi con i principali, mi affeziono ad alcuni di loro e decido di dargli nuove possibilità, deviazioni, nuovi impasti, insomma so come comincia e (più o meno) come andrà a finire, ma il cuore della vicenda la scopro solo scrivendo. E il romanzo corale mi permette di raccontare tante storie parallele che poi convergono nella trama principale e ciò mi diverte tantissimo. Per questo a volte capita che la faccenda si dirami dove non avevo previsto neppure io!

Confesso che da lettrice la trama fine a se stessa mi annoia molto. Io sono una che ama rileggere i romanzi che ama, e li amo proprio perché non si esauriscono con la trama: so già come sarà l’epilogo, ma non mi interessa: ciò che conta sono i dialoghi, le descrizioni, il divertimento e l’emozione che provo leggendo.

Parti da un personaggio o da una situazione?

La mia partenza in genere nasce sempre per caso: la frase di una canzone, il fotogramma inquadrato dal finestrino del treno, il dialogo origliato in attesa dal medico, una notizia di sfuggita al TG mentre stai preparando la cena. Insomma, una scheggia da niente che per qualche motivo fa tana tra le volute cerebrali e resta lì, a fermentare.

Quando scrivi hai in mente un preciso target di lettori?

Come dicevo prima nei miei romanzi non si incappa mai in situazioni cruente o splatter, e neppure scabrose o volgari, essenzialmente perché da lettrice non amo le descrizioni troppo esplicite, e poi trovo che ai fini della narrazione giovi molto di più “riuscire a far immaginare”. Quindi un target preciso magari no, però ciò che scrivo è adatto a un pubblico ampio e variegato, che va dagli adolescenti ai centenari e senza distinzione di genere

Quanto conta l’ambientazione?

Per me tantissimo, ha quasi lo stesso peso dei protagonisti: fa da contrappunto alle situazioni e all’umore generale del romanzo. L’ambientazione la curo molto, nei colori, profumi, sfumature, e forse qui ci gioca l’altra mia metà, quella dell’illustratrice, dove l’ambiente si impasta con le vicende di chi si muove sulla scena. Attenzione che cerco e amo tanto anche da lettrice.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

La lettura per me è faccenda molto “umorale”, facile che spazi tra i famosi “generi” e autori a seconda del momento, anche perché leggere è la mia stanza tutta per me, dove la sera mi ripulisco dai pensieri immergendomi in storie non mie, spazio vitale di cui non posso assolutamente fare a meno! Le letture mi affascinano quando sanno afferrarmi con la buona scrittura, anche perché l’incalzare della trama mi avvince, ma non è indispensabile, quello che mi cattura davvero è incontrare i personaggi, entrare nella loro vita, camminargli accanto come se li conoscessi da sempre. E rileggo. Tanto. Tantissimo. E se dovessi trovare degli autori di riferimento, be’, senz’altro la geniale ironia di Fruttero & Lucentini, o l’affettuosa cattiveria di Alan Bennet e Nick Hornby, poi Natalia Ginzburg e sì, tanto e tutto Georges Simenon: mi hanno insegnato moltissimo, soprattutto a capire cosa amo raccontare.

A tuo avviso è importante seminare indizi che permettano al lettore di arrivare da solo alla soluzione?

Fondamentale, altrimenti è come prendere in giro il lettore. E poi il più delle volte il bello non è scoprire chi è stato, ma perché lo ha fatto, cosa è accaduto per spezzare il sottile filo che separa il bene dal male, il lecito dall’illecito, il buono dal chiamiamolo “cattivo”.

Il colpevole deve essere un personaggio che ha una rilevanza nella storia?

Sì, il lettore deve conoscerlo, capire cosa lo ha spinto o portato a compiere quella scelta, e vorrei che il lettore potesse farlo senza giudicare ma scandagliando la sua mente e il suo vissuto con indulgente clemenza, quasi con affetto

Tre doti che deve avere uno scrittore di gialli/noir

Come ha detto qualcuno: “Il noir non è un genere. È un colore, uno stato d’animo, una sensazione”. Ecco, questa è forse la dote più importate di tutte: saper descrivere la vita in tutte le sue sfumature, la trama gialla, l’indagine, il caso da risolvere, sono solo gli strumenti che ti permettono di farlo, forse più di altri cosiddetti “generi”. Quindi uno scrittore giallo\noir deve saper guardarsi intorno, osservare, saccheggiare la vita che gli brulica intorno. E questo conduce alla terza dote, fondamentale almeno quanto le prime due: saper regalare una prospettiva diversa da quello che abbiamo sempre sotto agli occhi.