INCURSIONI GIALLE – PAOLO DI VINCENZO Le cinque W (Who What Where When Why) del giornalista e del giallista

PAOLO DI VINCENZO

LE CINQUE W

(WHO WHAT WHERE WHEN WHY)

DEL GIORNALISTA E DEL GIALLISTA 

Dopo un quarto di secolo trascorso nella redazione di un quotidiano, ha deciso di cambiare pelle (non tanto in realtà, come ci spiega lui stesso) e di dedicarsi alla scrittura di una serie gialla che ha come protagonista un giornalista dal fiuto indiscutibile per la notizia e dall’altrettanto indiscutibile allergia al compromesso.

  1. Giornalista, capo ufficio stampa, insegnante universitario… come mai hai deciso di scrivere un giallo, anzi una serie di gialli?

La mia seconda vita, dopo quella passata recluso in una redazione, è iniziata proprio scrivendo, meglio, tentando di scrivere, un giallo. Nell’estate del 2011 sfidai me stesso nell’impresa di completare un libro, a metà tra fiction e ricordo del primo mistero della nostra Repubblica. Il risultato (Il mistero dell’oro di Dongo) mi piacque, e lo apprezzarono anche altre persone, non solo amiche. Così ho deciso di andare avanti. Il giallo è parente stretto del mio mestiere. Chi legge un giornale vuol sapere cosa è successo, chi è il responsabile di qualcosa, quando è accaduto, come e perché. Sono le domande e le risposte che si fa anche un giallista e il suo lettore.

2. Hai scelto un protagonista che è ispirato alla tua esperienza di giornalista, ci vuoi parlare di Picucci?

Picucci è un giornalista di provincia che spesso si trova a indagare su fatti all’apparenza più grandi delle sue capacità. È molto simile a me, ovviamente, ma non sono esattamente io. Come la sua compagna e moglie è in larga parte ispirata alla persona più importante della mia vita, Marina Di Crescenzo, ma non è esattamente lei. È un idealista, un professionista che crede ancora nell’etica, nella deontologia, nel rispetto. Insomma, nel mondo di oggi un perdente perfetto.

3. Credi che il genere sia un veicolo per raccontare altro?

Sì, il delitto, l’omicidio, è solo un espediente per raccontare quel piccolo pezzo di mondo e di umanità che conosco. È la narrazione dell’Italia di oggi e di qualche decennio fa, un esercizio della memoria.

4.Una domanda scontata per un giornalista: quanto è importante documentarsi?

No, non è scontata. Soprattutto oggi, purtroppo, noi giornalisti siamo diventati ancora più cialtroni di quanto non eravamo venti o trent’anni fa. Documentarsi è la base minima per fare dignitosamente quel mestiere così amato ma così sconosciuto. L’ingerenza della politica e degli “imprenditori” (in Italia non esistono) ha distrutto una attività fondamentale per la democrazia che, non a caso, è ridotta malissimo, come la seconda.

5. Inizi il romanzo solo se hai una scaletta ben definita o scrivi di getto?

Seguo le regole della preparazione di un canovaccio ma poi, magari, mi capita di impelagarmi in qualche nuova idea e quindi adeguo la scaletta alle novità.

6. Parti da un personaggio o da una situazione?

Il personaggio centrale, almeno in questa serie di Picucci, è sempre lui, le situazioni sono legate a vicende storiche o di cronaca, che riguardano – per ora – la mia terra: Pescara e l’Abruzzo.

7. Quando scrivi hai in mente un preciso target di lettori?

No, penso al pubblico più vasto possibile. È uno dei primi insegnamenti appresi da giornalista professionista, quasi 35 anni fa. Dovete scrivere, ci dicevano i colleghi esperti quando partì “il Centro”, il giornale in cui ho lavorato per un quarto di secolo, e farvi capire da un bambino di 8 anni come da un vecchio di 80 (sì, allora vecchio si poteva dire).

8. Quanto conta l’ambientazione?

Penso tanto. Mi sentirei ridicolo a scrivere di Picucci nel Vietnam, ognuno deve scrivere ciò che conosce meglio.

9. Le storie di Picucci sono ambientate nel tuo Abruzzo. Hai paura del rischio della ‘regionalizzazione’ o ritieni che un contesto fortemente caratterizzato sia un punto di forza?

Lo ritengo un punto di forza, vorrei solo che la mia terra, poco apprezzata e dannatamente legata ancora alle definizioni dannunziane, avesse almeno parità di “trattamento” rispetto alle altre zone del Paese. Ma l’Italia è tutta una provincia, fatta eccezione, forse, per Roma e Milano non ci sono metropoli, quindi di che parliamo? Fellini e Flaiano, soprattutto il mio inarrivabile concittadino, hanno fatto conoscere l’Italia nel mondo, ma in realtà parlavano delle loro esperienze giovanili in due città simili, quasi uguali: Rimini e Pescara.

10. Quali sono i tuoi autori di riferimento?

L’elenco è lungo. Tralasciando i giganti (Simenon, Conan Doyle, Christie…), sicuramente Dan Brown, di cui ho apprezzato anche i corsi online oltre che i suoi libri; Andrea Camilleri, e non solo per i Montalbano; Manuel Vazquez Montalban e poi due scrittrici bravissime come Ben Pastor e Angela Capobianchi. Fondamentale, anche se non ha niente di giallo, la lettura di John Fante e del figlio Dan, di cui ho avuto la fortuna di essere amico fraterno per quasi vent’anni prima della sua prematura scomparsa. Inoltre, ho punti di riferimento molto forti anche nella tv o nel cinema: dal tenente Colombo a Ellery Queen, fino a film forse poco conosciuti o dimenticati come A few good men (Codice d’onore)”, o I tre giorni del Condor del quale ho apprezzato molto anche l’origine: il libro di James Grady I sei giorni del Condor.

11. A tuo avviso è importante seminare indizi che permettano al lettore di arrivare da solo alla soluzione?

Sì, decisamente, è l’elemento fondante di quella partita a scacchi tra l’autore e il lettore.

12. Il colpevole deve essere un personaggio che ha una rilevanza nella storia?

Direi proprio di sì.

13. Tre cose che non deve fare uno scrittore di gialli/noir

Pensare di dover essere originale, sforzo inutile, è stato scritto quasi tutto; esagerare nelle descrizioni, almeno a me risultano indigeste; barare con il lettore.

  1. Tre doti che deve avere uno scrittore di gialli/noir

Sorprendere il lettore; descrivere personaggi credibili; avere ritmo.