INCURSIONI GIALLE – MARIA TERESA CASELLA

MARIA TERESA CASELLA

DALL’EDICOLA ALLA LIBRERIA

LE DUE FACCE DI UN’AUTRICE CHE LASCIA IL SEGNO

Dietro un volto e dei modi caldi e solari, troviamo una vera e propria signora del noir, in grado di toccare con la sua penna le corde più oscure e nascoste che si celano nel profondo di ognuno di noi. Ha accettato di parlare con noi di questo suo dualismo e di molto altro ancora.

Hai raggiunto il successo come Theresa Melville con dei romance storici, eppure ti sei  rimessa in gioco, questa volta non sotto pseudonimo , scrivendo  dei noir dalle tinte  forti. Cosa ti ha spinto a questa nuova sfida?

Mi hanno spinto la passione per il noir e l’urgenza di spaziare oltre i canoni del romance storico che, dopo vent’anni di scrittura, cominciavo a percepire come una limitazione. Troppo spesso capitava che il romanticismo facesse le spese della mia esigenza di realismo, così, poiché la contaminazione non è sempre gradita al pubblico del romance, ho deciso di diversificare, firmando con lo pseudonimo di Theresa Melville i romance storici, e col mio nome i gialli e i noir. Cimentarmi con il noir all’inizio non è stato facile: ho dovuto imparare un nuovo linguaggio narrativo che si adattasse a trame per me insolite, ma sono stata molto fortunata ad avere come mentore il compianto Sergio Altieri, un autore straordinario, generoso, di grande talento e sensibilità. Lui mi ha “scoperta” come autrice noir e mi ha guidata nelle prime sperimentazioni. Il percorso è stato complesso, ma fondamentale nella mia crescita professionale.

Ti si può definire un’autrice ibrida  in quanto pubblichi sia con gli editori che in self. Vuoi parlarci della tua esperienza? 

Dopo molti anni di lavoro con le case editrici, con relativi condizionamenti nel bene e nel male, l’auto pubblicazione è stata liberatoria e gratificante. Riguardo agli aspetti pratici, con tempo e tenacia si impara a fare tutto senza particolari difficoltà, almeno questa è stata la mia esperienza con StreetLib. Il mio limite come autrice self è l’attività di promozione, che mi pesa e per la quale non sono tagliata, ma da cui non si può prescindere. Al momento preferisco mettere in auto pubblicazione i romanzi editi dei quali ho recuperato i diritti. Per il nuovo noir a cui sto lavorando, penso invece a una casa editrice. Sono convinta che la figura dell’editore sia fondamentale per chi scrive, ma mi riferisco a un editore di tipo tradizionale, disponibile al confronto. Ho fiducia nella piccola e media editoria indipendente.

 Pensi di esplorare anche altri generi?

Certamente. Mi è sempre piaciuto sperimentare nuove formule narrative; la cosa mi procura un poco d’ansia, al tempo stesso mi intriga e mi diverte. Ci sono alcuni generi per i quali non mi sento portata, come la fantascienza e il fantasy, ma in prospettiva non escludo nulla.

Ti piacciono le contaminazioni di genere?

In linea di massima sì, purché la contaminazione non risulti alla fine un espediente letterario. Mi spiego meglio: non mi piacciono quei thriller paranormali dove la soluzione dell’enigma salta fuori come il coniglio dal cilindro. Coerenza e verosimiglianza a mio parere devono essere comunque rispettati.

I tuoi noir sono sempre estremi, sono  storie di ordinaria follia, da dove prendi lo spunto ?

In parte dalla realtà e da fatti di cronaca, in parte da esperienze personali o di altri a me vicini. Al di là dello spunto, cerco di essere rigorosa sul realismo. Le circostanze in cui si muovono i miei personaggi rappresentano situazioni che appartengono alla realtà in cui viviamo. La domanda che mi faccio sempre quando scrivo è “tutto ciò è plausibile?” Se ho dei dubbi, verifico con una ricerca approfondita.

Quali consigli daresti a chi vuole scrivere gialli o noir ?

Consiglio innanzitutto di imparare dai maestri; leggere e rileggere i classici del genere, fermo restando che lo scenario dei grandi è vasto anche nell’attualità.

Un altro consiglio che mi sento di dare è di evitare gli stereotipi; bisognerebbe fermarsi a pensare che tutti i cattivi hanno qualche lato buono, che spesso i buoni hanno qualcosa da nascondere, e che gli uni con gli altri possono scambiarsi i ruoli in maniera sconcertante. Consiglio poi di imparare a osare con lo scrivere, e intendo: rimestare a mani nude nella melma. Gestire gli equilibri nell’azzardo richiede un certo impegno, ma ne vale la pena.

Quanto è importante documentarsi?

Documentarsi è fondamentale a prescindere dal genere letterario. Scrivere fiction non significa piegare la realtà ad esigenze narrative; se l’autore non ha esperienza diretta delle situazioni che descrive, deve tentare di ricostruire quell’esperienza tramite la ricerca. Riguardo ai gialli, ad esempio, si trovano ottimi manuali di procedure investigative ai quali far riferimento. Ancora meglio sarebbe interpellare coloro che hanno competenze specifiche, come psicologi, poliziotti, avvocati e via dicendo, e sottoporre a loro il testo.

Inizi il romanzo solo se hai una scaletta ben definita  o scrivi di getto?  

Scrivo immancabilmente soggetto e scaletta pur sapendo che in corso d’opera molte cose cambieranno. Definire in principio dei punti di riferimento è importante a prescindere dal proseguo, perché ragionare sui personaggi, sulle relazioni e sui cardini della storia, aiuta a chiarirsi le idee; non è mai tempo perso, anche se poi si devia dal percorso stabilito.

Parti da un personaggio o da una situazione?

Parto da una suggestione. Può trattarsi di una fotografia, di un quadro, di un viso sconosciuto, di un paesaggio, di qualsiasi cosa mi procuri un’emozione. Poi entrano in gioco le ridondanze, e mi accorgo quell’immagine rivela qualcosa che già mi apparteneva e che avevo in animo di raccontare. Sono momenti esaltanti. Ogni mia storia comincia da momenti così.

Quando scrivi hai in mente un preciso target di lettori?

Francamente no. Penso a scrivere un storia che sia emozionante e coinvolgente, e a scriverla nel modo migliore, perché l’obiettivo è accontentare più lettori possibile. Ma prima di chiunque altro, il testo deve soddisfare me. Se un autore non è convinto di ciò che scrive, o se finge di esserlo, mai potrà convincere il pubblico.

Quanto conta l’ambientazione?

A mio parere, soprattutto nei gialli e nei noir, l’ambientazione conta in termini di atmosfera, e va costruita con cura, come fosse un personaggio, facendo sì che si trasformi e si riveli seguendo lo sviluppo della storia. Ad esempio, la stazione Termini di Roma può non sembrare uno scenario ideale, ma se in quel contesto si trovano degli elementi forti intorno ai quali creare suggestioni, tutto cambia: ecco che un binario morto in un campo incolto dove si accampa una coppia di fuggiaschi diventa un fertile substrato narrativo, e la stazione la sua cornice perfetta.

A tuo avviso è importante seminare indizi che permettano al lettore di arrivare da solo alla soluzione?

Direi di sì, ma altrettanto importante è riuscire a confondere le tracce per distrarre il lettore dalla soluzione suggerita. La strategia più efficace, e la più difficile da realizzare, è basata sull’ambiguità: personaggi e situazioni devono avere rotondità, invece che sfaccettature, così che, da qualsiasi lato li si osservi, un altro lato resti sempre oscuro.

Il colpevole deve essere un personaggio che ha una rilevanza nella storia?

A mio parere, sì. Come lettrice, non amo le storie dove il colpevole sbuca fuori dal misterioso passato di un personaggio. Come autrice, i cattivi mi coinvolgono più dei buoni, quindi li mantengo in primo piano, anche se in incognito.

Tre doti che deve avere uno scrittore di gialli/noir

Coraggio, scrupolosità e capacità empatica con l’assassino – per riuscire a ragionare come lui, conoscere i suoi punti deboli e usarli per inchiodarlo.

Un grande grazie alle amiche Elisabetta e Gabriella per l’ospitalità e per l’opportunità di un incontro coi lettori del blog. A tutti voi, un affettuoso abbraccio virtuale.