INCURSIONI GIALLE – LORENZA GHINELLI Le ragioni del male

LORENZA GHINELLI

LE RAGIONI DEL MALE

Si è diplomata alla Scuola Holden di Torino in tecniche della narrazione per poi cominciare ad esplorare vari ambiti artistici, dalla scrittura alla fotografia, passando per la danza, la pittura e il montaggio. Ma la scrittura è sicuramente  il filo rosso (sangue) che l’ha accompagnata lungo tutto il percorso.  Che si tratti di teatro, di gialli o di soggetti per fiction televisive, tutti i suoi lavori hanno un tratto originale ed esprimono una forte personalità.

Le tue sono storie di bambini violati, da Denny del Divoratore, libro che ti  fece conoscere al grande pubblico, a Estefan, Martino e Greta, che nel 2012  hanno fatto inserire La Colpa nella cinquina del Premio Strega, fino a Nina, la piccola sorda di Tracce dal silenzio, che ti ha portato ad essere tra le finaliste del Premio Scerbanenco, solo per citarne qualcuno.  L’infanzia derubata è uno dei must della tua scrittura, ti va di raccontarcene il motivo?

Credo che ognuno di noi sia figlio della propria storia. Flannery O’Connor, all’interno del suo splendido Nel territorio del diavolo, scrisse: “Chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia possiede abbastanza informazioni sulla vita per il resto dei propri giorni”.

Fra teatro, televisione e romanzi in quale veste ti senti più a tuo agio? Ci spieghi il perché?

Prediligo senz’altro la narrativa, per la libertà e la responsabilità che mi offre. Certo, i limiti imposti possono anche essere un’occasione per uscire dai propri recinti mentali ed esplorare percorsi altrimenti impensati, ma la televisione non impone quasi mai limitazioni e revisioni a scopo qualitativo: le ragioni sono spesso legate al budget o peggio, a derive moralistiche da cui lo scrittore è bene che si tenga alla larga. Il teatro mi manca, soprattutto in questo periodo in cui sentiamo tutti il bisogno di mettere in gioco il corpo.

Nei tuoi libri è sempre presente il male, un male sinistro che si insinua nella nebbia, nelle case abbandonate, eppure quando ti sei avvicinata alla televisione, con Il tredicesimo apostolo, l’approccio al male è sempre stato molto cerebrale. Tanto che la prima serie si è molto  discostata dalla seconda, più  marcatamente horror. Cosa ci dici di questa esperienza?

Ho contribuito alla serie come editor interna e, come tale, oltre a curare la linea orizzontale insieme ai colleghi, ho ideato e scritto diversi soggetti di puntata che sono stati accolti. Il mio immaginario è ben presente nella prima stagione e la permea. Riguardo alla seconda ho solo firmato una sceneggiatura, avevo scelto di non vivere più a Roma e di non lavorare più all’interno di un meccanismo che non mi rappresentava e che avrebbe prosciugato la mia vena creativa. Ritengo che la televisione possa essere molto rischiosa per chi ha storie proprie da raccontare e una propria visione del mondo.

Quali consigli daresti a chi vuole scrivere gialli o noir?

Di danzare con le proprie ombre e mantenere un dialogo aperto con il perturbante che abita le nostre cantine.

Come trovi gli spunti e le idee per le tue storie?

Le storie mi infestano da quando ho memoria. Diciamo che negli anni ho trovato nella scrittura una disciplina che mi permette un ruolo attivo: l’immaginazione può essere agita, non solo subita. Ed è agendola che possiamo trasformarla.

Quanto è importante documentarsi?

Documentarsi, e saperlo fare in modo appropriato, è una prassi imprescindibile per chiunque voglia scrivere. L’alternativa è ingannare se stessi e i lettori e non merita neppure di essere presa in considerazione.

Sappiamo che insegni alla scuola Holden, come concili la scrittura con l’insegnamento?

Meravigliosamente. Per mia immensa fortuna adoro insegnare, imparo tantissimo dal rapporto che instauro con i miei studenti. È impossibile insegnare se non si è i primi a studiare. Adoro aggiornarmi, preparare nuove lezioni, ampliare i miei orizzonti. Scrivere è un mestiere solitario, il rischio di ripiegarsi su se stessi è alto e comporterebbe lo scadere nell’autoreferenzialità. Insegnare e studiare incarnano l’antidoto perfetto.

Quanto è importante a tuo avviso conoscere l’A B C delle regole della scrittura?

Questa domanda mi viene posta spesso e rivela un pregiudizio culturale che ammanta tutte le arti. Nessuno chiederebbe a un chirurgo quanto sia importante conoscere l’A B C del corpo umano. Scrivere è un mestiere, e come tale richiede disciplina e devozione. Dalle regole si può prendere distanza, ma per farlo occorre appunto conoscerle.

Inizi un romanzo solo se hai una scaletta ben definita  o scrivi di getto?  

Negli anni ho trovato un mio metodo: a ogni romanzo corrisponde un quaderno fitto di appunti, disegni, dialoghi e scaletta. Quando comincio la stesura di un libro mi affascina sempre vedere come i miei personaggi riescano comunque ad attuare dei veri e propri colpi di stato.

Parti da un personaggio o da una situazione?

Dipende. A volte è un personaggio a farmi visita. Mi prende per mano e mi porta nel suo mondo. Altre, soprattutto quando scrivo racconti, è una situazione ad affacciarsi alla mia mente, e a me non resta che indagarla.

Quando scrivi hai in mente un preciso target di lettori?

Cerco di scrivere quello che vorrei leggere.

Quanto conta l’ambientazione?

Conta meno dell’atmosfera. La domanda che ogni scrittore dovrebbe porsi è: perché ho scelto di ambientare proprio lì la mia storia? Quel luogo è forse un simbolo? Esistono luoghi più appropriati che non ho immediatamente considerato? Come posso saturare l’aria dell’atmosfera giusta per questa storia?

A tuo avviso è importante seminare indizi che permettano al lettore di arrivare da solo alla soluzione?

Se io scrivessi gialli ti risponderei che è importante seminare indizi che convincano il lettore di essere giunto a una soluzione, per poi spiazzarlo con un colpo di scena precedentemente seminato in tanti indizi che il romanziere ha avuto il talento di nascondere tra le pagine. Ma sono più affascinata dagli universi del noir e del gotico. Il noir è molto più di un intelligente intrattenimento e di una palestra per il pensiero deduttivo. Il noir ci costringe a un confronto aperto con le ragioni del male che non possiamo più considerare esterne. Implica una presa di responsabilità. Possiamo sapere dall’inizio chi è l’assassino, ma quello che vogliamo capire è perché uccide e che responsabilità ha la società in tutto questo. Dal gotico attingo per le atmosfere. I tòpoi di genere mi ammaliano.

Il colpevole deve essere un personaggio che ha una rilevanza nella storia?

È auspicabile che ce l’abbia, ancora meglio se possiamo profondamente empatizzare con lui o con lei. Azzerare la distanza tra quello che crediamo di essere e ciò che potremmo diventare è un’altra magia del noir.

Tre doti che deve avere uno scrittore di gialli/noir.

Credo debba avere la capacità di essere amorale, che non significa non avere valori propri, ma per scendere a patti con le ragioni del male occorre frantumare il giudizio. Credo debba anche sapere tollerare l’angoscia e avere un ottimo rapporto con il proprio bambino interiore, con i suoi lati più selvaggi, archetipici e pre culturali. Sullo studiare e sul leggere neppure mi pronuncio, sono necessari a prescindere dal genere a cui uno scrittore si apparenta, ma devono innestarsi su un talento e su una inclinazione preesistenti.