INCURSIONI GIALLE – GIORGIO GLAVIANO

GIORGIO GLAVIANO

Sceneggiatore per mestiere

Scrittore per vocazione.  

Il crime è il suo modo per rimettere le cose in ordine. Si definisce “asocial” e anarchico, ma ama condividere e fare squadra. Scrivere per lui è una missione, un modo per trovare una direzione alla realtà e dare un senso alla vita. Le sue risposte alle nostre domande contengono una miniera di spunti di riflessione.

Tu ‘nasci’ come sceneggiatore per il cinema e la tv, cosa ti ha portato alla narrativa?

Mi sono ritrovato a scrivere il mio primo romanzo dopo l'incontro fortuito con un ispettore di polizia siciliano. Prima non avevo mai nemmeno pensato di essere in grado di scalare una montagna così impervia come quella della narrazione. La sceneggiatura è un lavoro di squadra. Per realizzare un film o una serie serve la collaborazione di decine di persone che mettono in campo al meglio ognuno le proprie competenze.

La storia personale del poliziotto - è una cosa che ho sentito subito e con tutto me stesso - andava raccontata. Sapevo, e so ancora oggi, che quello che lui aveva passato realmente sarebbe difficilmente approdato in tv o al cinema, ma appunto, ero convinto che andasse detto e che la gente lo dovesse assolutamente sapere, in un modo o nell'altro. Ho iniziato così, per una sorta di dovere narrativo, a stilare una cronologia dei fatti e, via via, li andavo soprapponendo alla storia con la "S" maiuscola della lotta a Cosa Nostra, su cui, intanto, mi andavo documentando. Pian piano, spostando un fatto o alterando un evento o modificando una sequenza o creando ex novo un personaggio, mi sono ritrovato davanti quella che assomigliava ad una scaletta.

Poi mi sono abbandonato alla "magia" del raccontare e ho scelto, quindi, di narrare tutto dal punto di vista di uno sbirro la cui vera scuola è stata la strada e che pensa, agisce, lotta sempre come un poliziotto e che, pertanto, non smette di esserlo quando è a pranzo o in vacanza, un uomo che fronteggia un male onnipresente e apparentemente imbattibile. Dopo questa lunga gestazione è nato il romanzo "Sbirritudine", storia brutale e senza fronzoli di vent'anni di lotta alla mafia dal punto di vista di un poliziotto siciliano di provincia, duro, puro e incazzato.

Hai un approccio diverso se scrivi una sceneggiatura piuttosto che un romanzo? Cosa pensi che ti sia più congeniale?

Esistono naturalmente dei punti di contatto tra le due tecniche di scrittura, ma solo fino ad un certo punto, poi le due strade si dividono. La sceneggiatura è un testo tecnico, pensato e scritto per dei tecnici, siano essi produttori, broadcaster, registi, direttori della fotografia, attori. Un copione non deve essere mostrato ad un lettore "normale" e la sua circolazione è limitata. Oggi come ieri le storie per il cinema o la tv nascono come frutto di continue riunioni di una writer's room, in cui un direttore d'orchestra coordina le varie voci. C'è una polemica inveterata su chi contribuisca di più ad un film o a una serie (sono più figlie di uno sceneggiatore o di un regista, di un produttore o di un attore?), quello che comunque è certo è che sono opere complesse che constano del lavoro di almeno un centinaio di persone. Il romanzo, al contrario, a parte la figura dell'editore e dell'editor (che possono incidere in maniera anche sostanziale a volte, a seconda dei casi, ma di regola no) è un lavoro solitario. Lo scrittore, per definizione, pensa ad una storia da solo, la "soffre" da solo, la scrive da solo, la propone da solo, subisce i rifiuti da solo, pena per l'insuccesso da solo, gioisce dell'eventuale successo da solo. Inoltre, la tecnica della scrittura di un romanzo è molto meno "prescrittiva": in teoria per un romanzo si può usare qualunque tecnica narrativa e inventarne di nuove (anche se alcuni dicono che Omero con le sue opere abbia già esaurito tutte le tecniche possibili). In definitiva, mi sento di affermare, che secondo me fare lo scrittore è un lavoro che ti espone molto, mentre fare lo sceneggiatore ti espone meno e ti consente di condividere onori ed oneri. Sinceramente non saprei rispondere tra quale dei due "mestieri" mi sia più congeniale. Sono molto schivo e solitario e del tutto asocial, quindi fare lo scrittore mi si addice di più; però allo stesso tempo la gioia del collaborare all'invenzione di una storia, lo stare in squadra, il passare mesi insieme ad altri scrittori e condividere con loro il processo creativo e pezzi di vita è qualcosa che è impagabile e rassicura quella parte estremamente insicura di me che ha un continuo bisogno del confronto con gli altri. Quindi, se fosse possibile non dover scegliere, continuerei a vivere di entrambi i lavori.

Perché hai scelto il crime?

La scelta di scrivere crime è nata con il mio secondo romanzo. Per il primo non avevo scelta, era stata una storia criminale vera a trovare me. Con "Il Confine", invece, sono stato io a scegliere. Il crime per me è un genere che rispecchia abbastanza la mia visione della scrittura come "missione". Scrivere per me è il tentativo di fare ordine nelle cose, un modo per dare un senso alla vita, uno sforzo per trovare una direzione alla realtà. Se la vita è confusa, improvvisa, ingestibile, inaspettata, impietosa, sempre nuova, gioiosa, avventata, imprevedibile, succede che una storia, che può e deve possedere tutte queste caratteristiche, ha comunque (come ha stabilito una volta e per tutte Aristotele) un inizio, un centro e una fine. Il crime, nella sua essenza più pura, è un ristabilimento dell'equilibrio sociale. In una determinata società è stato commesso un crimine (una violazione dell'ordine sociale) e un investigatore (un rappresentante dell'ordine sociale) viene chiamato a indagare per trovare il colpevole (ovvero ristabilire l'ordine sociale preesistente condiviso). Io sono convinto che il crime possieda una natura teleologica frattale, ovvero, ogni sua parte, sezione, elemento concorre e spinge affinché si giunga allo stabilire, o ristabilire se vogliamo, la verità. Ecco perché il crime mi risulta congeniale, tende ad una verità, ad una risoluzione e ad una "giustizia" per sua stessa definizione e impostazione. A riprova di ciò, il mio terzo romanzo, a cui sto lavorando in questi mesi, è ancora una volta un crime.

Tu sei anche autore di saggi, quindi hai a che fare con la teoria e non solo con la pratica della scrittura. Quali sono i consigli che daresti a chi vuole scrivere un giallo?

Non sono bravo a dare consigli, mi piace analizzare e studiare le cose, ma non riesco ad essere prescrittivo, essendo inguaribilmente e orgogliosamente anarchico nel mio modo di approcciarle. So, però, che leggere tanto, tutto, sempre, mi ha aiutato a scrivere sia sceneggiature che romanzi. Guardare film, di qualunque genere, periodo e paese, e serie tv è l'altra attività che è stata, ed è, per me fondamentale. Non un consiglio, invece, ma una provocazione, a cui, però, mi attengo molto strettamente ogni volta che posso: leggere libri brutti o guardare film brutti, è altrettanto importante che compulsare i capolavori riconosciuti. Detto questo, analizzare serie tv con i saggi su "Lost" e "Grey's Anatomy" è stato un lavoro che mi ha dato molta consapevolezza delle tecniche di scrittura. Non che la consapevolezza si traduca in capacità creativa, ma sapere come funziona qualcosa a me non toglie affatto la magia: scoprire che il mago di Oz non è un vero mago per me è stato molto più appagante che il dover credere alla magia tout court. Nello specifico del genere giallo, Agatha Christie - di cui in questi giorni sto leggendo l'interessantissima autobiografia - con "L'assasinio di Roger Aykroyd" "Assassinio sul'Orient Express", "Trappola per topi" e "Dieci piccoli indiani" ha stabilito i confini oltre i quali il giallo diventa un altro genere (chi li ha letti sa a cosa mi riferisco). A questi quattro capisaldi aggiungerei per definire del tutto il perimetro del non plus ultra entro cui si giocano le possibilità del genere, “Il caso Saint Fiacre” di Simenon. Questo è per me il pentagramma su cui si è liberi di combinare le note fondamentali del giallo: indagatore, vittima, assassino, modalità, occasione, motivo, ambientazione. Ci sono tantissimi padri e madri del giallo e se alcuni lo fanno risalire a Poe e altri alla dinastia Song del X secolo, Sciascia, in uno dei saggi raccolti in "Cruciverba", sostiene che il giallo nasce addirittura con la Bibbia, riportando come primo vagito del genere le "indagini" del profeta Daniele che salva la giovane e malcapitata vittima dalle grinfie e dal raggiro di giudici corrotti. Quindi, per tornare alla domanda, se si situa la genesi del genere così indietro nel tempo, questo significa che da leggere per approfondire il crime e scrivere qualcosa di originale c’è così tanto da leggere che non ci basterà tutta una vita.

E un noir?

Anche per il noir, per me, è importante lo stesso approccio: leggere fino ad un appagante sfinimento. Credo che lo abbia scritto Eco nel “Nome della rosa” (uno dei gialli più geniali della letteratura) che per fare un manoscritto di pergamena di quelli copiati dagli amanuensi nelle abbazie serviva un intero gregge di pecore. Questa, per me, è una bella ed efficace metafora - crudele e animal-politicamente scorretta - per esprimere il concetto che per creare un libro servono tante, variegate e complesse risorse: un’abbazia, le terre, gli allevatori, il bestiame, il foraggio, i pascoli, altri libri, la fede, la devozione, la cultura, etc.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Essendo anarchico nell'apprendimento, tendo a mischiare alto e basso, quindi non ho dei veri e propri autori di riferimento. I miei sono più "innamoramenti" periodici di questo/a o quello/a. L'unica costante, una specie di faro, in tutte le cose che ho letto finora e che ho amato, è Borges. Non c'è autore o storia che io a quello non "vo comparando". Borges ha solcato con le sue storie, racconti, parabole, saggi, poesie tutti i generi e li ha posseduti come nessuno prima o dopo, venendone sedotto, amandoli, ammirandoli e innovandoli. In una sua lezione un volta ha avuto la sfrontatezza perfida e calcolata di affermare che tutte le metafore mai concepite e mai concepibili dall'uomo si riducono a una manciata: letteralmente, secondo lui sono solo cinque. Ma non ci ha mai detto quali. O, almeno, io non ho trovato traccia tra i suoi scritti della soluzione di questo enigma dalla portata intellettuale spropositata che abbraccia millenni di cultura umana, e che implicitamente lega tra loro tutte le preghiere, i sogni, gli amori, le violenze, i desideri e i peccati di cui si è scritto e si scriverà. Un genio.

Come trovi gli spunti e le idee per le tue storie?

Le idee per un crime sono di solite frutto della cronaca. Passo molto tempo a leggere giornali, riviste, siti, blog sia italiani che stranieri. Cerco di catalogare gli spunti inserendoli in grandi calderoni, che cerco però di lasciare il più possibile comunicanti tra loro. Un'idea da sola non basta, per una sceneggiatura, e molto di più per un libro, ne servono a decine. Letteralmente tutte le notizie sono un buon punto di partenza, ma è il loro unirsi, cozzare, diluirsi, spezzettare, ricombinarsi che rende possibili le storie più belle e avvincenti. Come ho già detto per il primo romanzo sono partito ampiamente da una base reale. Per il secondo, invece, sono state le notizie di un rave immenso e durato giorni tenutosi vicino Milano in un vecchio capannone abbandonato, più quella della degradazione di un carabiniere, più un'altra relativa all'ossessione feticista della gente per i crimini più efferati compiuti in Italia, più un reportage sulla sostituzione degli italiani con stranieri in intere parti rurali del nostro paese e complice, infine, un avventuroso viaggio nella maremma toscana, a creare una rete di collegamenti mentali e di idee che hanno funto da rete e setaccio per la storia dell'ex capitano dei carabinieri Fabio Meda, demansionato e trasferito nell'immaginario paesino di Velianova in piena Maremma e alle prese con il rapimento di tre ragazzi durante il rave più imponente mai tenuto in Italia.

Inizi il romanzo solo se hai una scaletta ben definita o scrivi di getto? 

Se non ho l'impalcatura generale della storia non inizio a scrivere nulla. Quando ho elaborato mentalmente inizio, centro e fine della storia, stendo su carta il piano dell'opera che diventa un labirinto di foglietti, post-it, appunti sparsi, fogli A4 incollati, foto di lavagne con su schemi e rimandi, centinaia di bookmark nel browser. Quando tutto questo materiale mi dà la sensazione di organicità, inizio a progettare i capitoli, con lo stesso metodo, appuntando inizio, centro e fine. Di solito ho una schema molto preciso dei primi capitoli e uno ancora più circonstanziato degli ultimi, e un'idea più vaga della parte centrale. Solo a questo punto mi metto a scrivere e mi lascio andare al piacere e allo stupore della scrittura. Procedo così per un'ansia di controllo (che condivido con tutti gli sceneggiatori e scrittori del pianeta, nessuno escluso, di questo ne sono certo), ma soprattutto prima di iniziare voglio essere certo che non mi ritroverò in mezzo al guado per mancanza di idee, soluzioni o appigli. Ovviamente, questa mia preparazione alla scrittura, è solo un lunga e articolata giaculatoria, me ne rendo conto, ma come tutti i rituali nel mio caso è rassicurante.

Parti da un personaggio o da una situazione?

Dipende, a volte è una situazione che fa germogliare una storia, altre è un personaggio che mi "viene a trovare" e per cui poi devo "individuare" una storia giusta. Nel caso dell’ultimo romanzo che sto scrivendo è stata la protagonista a iniziare a farmi visita con la sua personalità incontenibile, i suoi giudizi taglienti, la sua parlata incalzante: una poliziotta che aveva subito un'ingiustizia e che aveva bisogno di una storia per ricominciare ad avere fiducia in se stessa. In generale, però il mio approccio è da sceneggiatore, ovvero devo "vedere" la massa della storia nella sua interezza.

Quando scrivi hai in mente un preciso target di lettori?

Di solito no. Come sceneggiatore è fondamentale avere un'idea del tipo di pubblico cui si rivolge il broadcaster per cui si sta scrivendo, così come anche l'orario in cui andrà in onda il prodotto più tanti altri fattori. Rai, Mediaset, Sky, Netflix hanno tutti pubblici diversi. Le analisi dei dati di ascolto, consultate ossessivamente da tanti del settore a tutti i livelli tracciano un'identità precisa del pubblico: maschile, femminile, più o meno scolarizzato, più o meno adulto, più o meno ricco, più del sud, del centro o del nord. Netflix in realtà, così come anche Amazon, sta, invece, coltivando un pubblico il più ampio possibile, prova ne sono le molteplici acquisizioni di prodotti destinati a pubblici, broadcaster e fasce di ascolto totalmente diverse. Tutto questo all’apparenza può sembrare freddo e calcolato, come può un creativo piegarsi a queste bieche regole commerciali? Ma per realizzare una serie servono un mucchio di soldi, soldi che lo sceneggiatore non ha, e decine di svariate competenze, che parimenti lo sceneggiatore non possiede: quindi cercare di allocare al meglio le risorse finanziarie in un prodotto, piuttosto che in un altro e per ottenerne un guadagno non credo sia sbagliato. È chiaro che questo sentiero conduce all’antinomia arte/business che di solito viene applicata ai modelli europeo/statunitense, ma che credo ormai al giorno d’oggi non abbia più molto senso. Il discorso è ampio e complesso e come sempre la verità sta da qualche parte nel mezzo. Presumo che lo stesso valga per l'editoria, anche se non sono un conoscitore approfondito delle analisi del mercato e della tipologia dei lettori. Ho studiato, questo sì, i dati generali. Pubblicare un romanzo costa infinitamente meno di realizzare una serie tv. Non solo, l’editoria nei mercati produttivi maturi è una fonte inesauribile da cui attingere storie: si sperimenta soprattutto nei romanzi e se funzionano e incontrano il favore del pubblico allora se ne ricavano delle serie. I tempi, poi sono del tutto diversi: di solito almeno tre anni, se tutto va bene, per una serie o un film, mentre per un romanzo in un anno si può passare dall’ideazione, alla scrittura, alla pubblicazione. Detto tutto questo, quando mi imbatto in una personaggio o in una storia che mi interessa mi ci dedico con tutto me stesso. All’inizio non so se può incarnarsi in un’idea per una serie o in quella per un romanzo e non mi chiedo nemmeno a chi potrà interessare. Deve interessare me e se mi interessa ci investo del tempo. Poi è l’istinto o la prudenza o l’opportunismo o la sensibilità a spingere verso una direzione o l’altra. Per fortuna, poi esiste una filiera produttiva articolata e presieduta ad ogni livello da professionisti estremamente capaci in entrambi i settori. Come mi fido molto del mio istinto, tendo a dare molto credito anche a quello degli altri. Se un produzione o una casa editrice non sentono la storia, probabilmente hanno ragione. Certo è possibile che stiano dicendo no ad un capolavoro, ma, almeno nel mio caso, so di certo che non è così. È vero però che, nel mio piccolo, la scrittura di romanzi è un angolo di totale libertà che sono riuscito a strappare alla mia quotidianità di sceneggiatore che naviga in mezzo ai marosi della produzione italiana.

Quanto conta l’ambientazione?

È fondamentale. L'ambientazione, insieme a personaggi e trama rappresenta il triangolo narrativo dentro cui stanno tutte le storie. Un'ambientazione poco efficace, o poco efficacemente descritta è esiziale per un romanzo, così come un protagonista mal riuscito o uno sviluppo del racconto sballato. Sono ovvio dicendo che i luoghi di cui si scrive si dovrebbero conoscere, ma per me oltre a valere questo è importante anche il fatto che i luoghi di un romanzo si devono "sentire". Ogni volta che posso, se sto scrivendo di un luogo ci torno, scatto foto, ne ascolto i suoni, gli orari, le pause, l'andirivieni della gente. Nel romanzo tutto questo non verrà descritto, ma confluirà nel suo ritmo, nella nenia unica del posto che vibra, o dovrebbe farlo, sotto le parole scritte.

A tuo avviso è importante seminare indizi che permettano al lettore di arrivare da solo alla soluzione?

In un giallo sempre. In un noir, secondo me dipende. Il giallo classico, come diceva Sciascia è come un cruciverba, tutte le definizioni di ogni parola che compone lo schema risolto ci devono essere fin dall'inizio, altrimenti è una sfida impari e soprattutto intellettualmente inutile. Nel noir, il punto di vista è diverso. A volte esso non ristabilisce un equilibrio sociale ed etico, ma uno più morale che il pubblico è andato costruendo e condividendo con il protagonista, e questo cambia le regole del gioco. Io credo che nel noir per il lettore non sia importante la soluzione dell'enigma, quanto, piuttosto, la sorte del protagonista. In un giallo-noir, sicuramente, però, gli indizi vanno seminati dando così al lettore entrambi i piaceri a fine lettura: ho capito o avrei potuto capire chi era l'assassino e mi godo anche il fato toccato al protagonista.

Il colpevole deve essere un personaggio che ha una rilevanza nella storia?

Secondo me, sì. Il binomio protagonista/antagonista è importantissimo. Tutti sanno che più l'antagonista è forte, maggiore è lo spessore del protagonista. In un crime l'antagonista, a volte, però, non può figurare nella sua reale funzione e magari arriva a occupare molte, ma molte meno pagine del dovuto (a meno che non si racconti proprio la storia del cattivo ad esempio). Esso per apparire il più possibile deve trasformarsi quindi per il protagonista in un aiutante, un confidente, un amante, un comprimario, ma in ogni caso deve avere uno spessore e soprattutto una motivazione che lo ha mosso che sia non dico giusta, ma al limite, magari trovandosi nella sua stessa situazione, quasi condivisibile.

Tre cose che non bisogna mai fare

Ripeto, non sono bravo a dare consigli. Forse può valere quello che mi dico quando sono in difficoltà: non mollare, provarci fino in fondo, senza risparmiarsi. Scrivere è un mestiere difficile e poco pagato, è una passione, ma se con gli anni e le complicazioni non è diventata un'ossessione e una ragione di vita, sulla carta lo si vedrà subito.

Tre doti che deve avere uno scrittore di gialli/noir

Non so, ci provo: l'umiltà, la curiosità e, ma questo vale per qualunque aspetto dell'esistenza, tanta tanta pazienza.