INCURSIONI GIALLE – GIADA TREBESCHI

GIADA TREBESCHI

L'Europa è la sua casa

La storia il suo habitat

per bestseller tutti da scoprire

Autrice di romanzi, saggi, sceneggiature e pièce teatrali, traduttrice  di autori internazionali come Willocks , Markaris , Dorn, Meyer , solo per fare qualche nome, attrice professionista è cresciuta a Bologna e  ha vissuto a lungo in Svizzera, Spagna e Germania, dove attualmente risiede. Nel suo lavoro di scrittrice si divide tra saggi storici e gialli, che sono stati opzionati dalla Germania, dalla Gran Bretagna e dal Nord America.

La Storia è il denominatore comune dei tuoi libri, ci puoi raccontare perché hai scelto di accostarti al crime?

Forse perché attraverso il crimine si possono indagare le zone più oscure dell'animo umano

Nei tuoi thriller il Male con la M maiuscola vive, si insinua nelle pagine, porta il lettore a dubitare che vi sia una soluzione razionale ai misfatti ai quali assiste… da cosa nasce questa scelta?

Dal fatto che il Male insito nell'uomo è un mostro ben più reale e terribile di qualsiasi mostro immaginario. Questo mio punto di vista credo sia ben delineato ne "Il vampiro di Venezia" dove, in realtà, non c'è nessun vampiro ma qualcosa di addirittura peggiore.
Mi chiedono spesso come faccia a inventarmi certe scene brutali e terribili, come possa immaginare personaggi così malvagi ma, a dire il vero, quasi nessuna di queste scene o di questi personaggi nasce semplicemente dalla mia penna perché affonda le proprie radici sui documenti, su ciò che già è accaduto. Basta studiare storia della tortura o leggere alcuni documenti di guerra per sapere che la realtà è molto peggiore della fantasia

Le idee per i tuoi romanzi da dove traggono spunto?

Le idee per i miei romanzi nascono sempre da qualcosa di realmente accaduto, da storie che ho trovato spulciando i documenti d'archivio o da argomenti che mi preme indagare. Per esempio, "L'amante del diavolo" è nato da una vera storia di stregoneria con documentazione d'archivio sul caso specifico, "Undici passi" invece dalla volontà di raccontare che cosa sia effettivamente stata la trincea durante la Grande Guerra.

Nel 2006 il tuo primo romanzo "Gli Ezzelino. Signori della Guerra" è arrivato in finale al Campiello come opera prima, che cosa ha significato per te?

Certamente è stata una grande soddisfazione ma, soprattutto, mi ha spinta a continuare a scrivere romanzi.
"Gli Ezzelino. Signori della guerra" è il primo romanzo dopo molti anni in cui ho scritto principalmente saggistica storica; la finale al Campiello mi ha fatto capire che ero riuscita davvero a staccarmi da una tipologia di scrittura più scientifica per una letteraria arrivando a convincere anche veri esperti di letteratura.

Arte, mistero, intrighi. Con /L’autista di Dio/ ti sei divertita a creare una spy  story dove nulla è come sembra e che ti ha fruttato il Premio letterario Festival Giallo Garda 2017. Ci racconti  come è nato?

"L'autista di Dio" è nato da un'idea che mette insieme, in parte, fatti accaduti durante il periodo fascista alla mia famiglia.
Avevo raccontato la trama che avevo in mente a un noto critico letterario che avrebbe voluto seguirmi nel progetto ma che mi disse: "Questa trama non funziona." Gli chiesi il perché e la risposta fu "Perché lo dico io".
Ora, da sempre, se qualcuno cerca di impedirmi una qualsiasi cosa senza un motivo valido può stare sicuro che quella cosa la farò, a qualsiasi costo. Era così quando ero una ragazzina ed è così ancora adesso.
"L'autista di Dio" è stato scritto in sei mesi, quasi per dispetto, o meglio, con la prepotente volontà di dimostrare a chi ottusamente si era arroccato sulle proprie errate posizioni che avevo ragione io.
E a quanto pare avevo ragione davvero perché il romanzo non solo ha vinto dei premi importanti ma, da quando è uscito, è sempe fra i primi in classifica nel suo genere ed è amatissimo dai lettori.

Quali consigli daresti a chi vuole scrivere gialli o noir?

Di non prendere mai in giro i propri lettori. Di creare una trama disseminata d'indizi e in cui movente, arma del delitto e occasione siano assolutamente coerenti e plausibili.

Sappiamo  che è un domanda scontata da fare a una storica, ma quanto ritieni importante documentarsi?

La documentazione dovrebbe essere la base di ogni romanzo non solo quello storico. Scrivere un romanzo senza la giusta ricerca e documentazione sarebbe come costruire una casa sulla sabbia. È una operazione molto rischiosa che, a maggior ragione nel romanzo storico, non si può e non ci si dovrebbe permettere.

Come amalgami storia e fiction?

Di solito lascio la grande Storia come sfondo sul quale far muovere personaggi inventati e pur perfettamente inseriti nel contesto spazio temporale in cui vivono.
Per esempio, ne "La bestia a due schiene" ambientato nella Londra di Jack lo squartatore, pur raccontando con dovizia di particolari reali e documentati quello che è accaduto nelle strade di Whitechapel, l'intento non è mai quello di scoprire chi fosse lo squartatore ma, piuttosto, di mostrare fin in quali abissi si possa spingere l'uomo. E, infatti, il romanzo, che è un giallo della camera chiusa, racconta molto altro sebbene sullo sfondo ci siano i delitti di Jack che tutti conoscono.

Inizi il romanzo solo se hai una scaletta ben definita o scrivi di getto?

Nessuno dei due casi. Una volta che ho l'idea per il romanzo comincio dalla ricerca e dalla documentazione. Normalmente nella mia testa si forma la trama su un telaio in cui vi sono già i personaggi principali e il plot della storia, vedo già la bozza di come poi diventerà il tessuto anche se poi durante la scrittura spesso decido di cambiare il colore o il materiale di alcuni fili. Sono rigorosissima nella ricerca ma cerco di non mettere troppi limiti all'immaginazione.

Parti da un personaggio o da una situazione?

Dipende molto da quello che, in quel momento, mi interessa raccontare. L'ispirazione potrebbe nascere da un personaggio ma anche da fatti o da situazioni precise, da dettagli che mi hanno particolarmente colpito e dai quali poi parto per creare il ricamo.

Quando scrivi hai in mente un preciso target di lettori?

In realtà, no. Scrivo perché penso di avere delle storie o degli argomenti interessanti e cerco sempre di scrivere di ciò che amo, che conosco a fondo e che mi interessa. Mi piace fare un patto chiaro e consapevole con il mio pubblico di lettori che è un pubblico molto trasversale, sia come età sia come gusti. Non scrivo mai libri solo per farne un'operazione di marketing.

Quanto conta l’ambientazione?

L'ambientazione conta moltissimo, a maggior ragione in un romanzo storico. I personaggi vivono e agiscono in un luogo altro che deve essere ben presente nella mente dei lettori perché è lì che anche il lettore deve sentirsi trasportato. È l'unico modo per far fare davvero a chi legge un reale e tangibile viaggio nello spazio e nel tempo.

A tuo avviso è importante seminare indizi che permettano al lettore di arrivare da solo alla soluzione?

Il giallo è un romanzo che funziona se si riesce a creare una sciarada e a sfidare bonariamente il lettore.
Gli amanti di questo genere in ogni pagina, in ogni parola cercano un indizio e non amano essere presi in giro.
Il finale per esempio, a mio avviso, non dovrebbe mai essere un colpo di scena chiamiamolo "esterno" cioè che risolve il tutto con un personaggio o un evento che non è mai stato nemmeno citato all'interno del romanzo impedendo così al lettore di poter arrivare da solo alla soluzione.
Un buon giallo è un gioco continuo fra autore e lettore, una trama disseminata di indizi che sfidano e giocano con l'intelligenza di entrambi.

Il colpevole deve essere un personaggio che ha una rilevanza nella storia?

Può avere una certa rilevanza o essere una figura più liminale, dipende da come è impostato il caso, l'importante è che sia presente nel romanzo e che il movente sia plausibile.

Tre doti che deve avere uno scrittore di gialli/noir.

Deve essere un acuto osservatore della psiche umana, amare le sciarade e non aver paura di mettersi in gioco completamente.