INCURSIONI GIALLE – ANDREA FRANCO

ANDREA FRANCO

UN MIX DI ENERGIA E ADRENALINA

CHE

INCHIODA IL LETTORE FINO ALL’ULTIMA PAGINA

Artista a 360°, compositore e autore musicale, giornalista, saggista, giallista, collabori con la rivista Writers Magazine, con i Gialli Mondadori, esordisci con il romanzo Nella bolla, per poi passare a un fantasy e vincere nel 2013 il prestigioso premio Tedeschi con “L’odore del peccato”, cominci una serrata collaborazione con Segretissimo con lo pseudonimo Rey Molina, fino ad arrivare all’ultimo romanzo breve “Lo sguardo del diavolo”, pubblicato con i gialli Mondadori nell’antologia “Il sorriso del diavolo”, in cui ti cali nei panni del serial killer Jeffrey Dahmer, vuoi parlarci di questa tua ultima esperienza?

Il romanzo “Il sorriso del diavolo” nasce qualche anno fa. C’era l’occasione di una pubblicazione seriale sui serial killer, un format televisivo, approfondimenti psicologici e così via. I promotori del progetto volevano iniziare con un sk notevole e così hanno chiesto qualcosa su Jeffrey Dahmer. Poco dopo mi squilla il telefono e “te la senti di scrivere un romanzo sulla vita di Dahmer?”. Ho accettato la sfida e ho iniziato a documentarmi con film, libri, ricerche nel web, per calarmi del tutto nel personaggio. Molte delle cose narrate sono reali, non ho dovuto inventare nulla, ma provare a dargli spessore e a ragionare come lui non è stato semplice. Un viaggio… particolare. Alla fine quel progetto non andò in porto e il romanzo uscì, in versione digitale in un’altra collana. Fino a che lo speciale del Giallo Mondadori non lo ha presentato al grande pubblico, in uno speciale che condivido con due amici e validissimi scrittori: Luca Di Gialleonardo e Manuela Costantini (come me, vincitrice del Premio Tedeschi Mondadori).

Quali consigli daresti a chi vuole scrivere gialli o noir?

Gli stessi che darei per qualunque genere letterario: leggere molto (soprattutto del genere che si vuole affrontare), studiare, non trascurare la tecnica (scrivere non è un passatempo, ha delle regole precise), non considerare la scrittura un passatempo, ma un lavoro. E come tale necessita di una preparazione molto specifica. Insomma, non si scrive perché c’è un flusso di emozioni che vogliamo per forza mettere nero su bianco. Si scrive perché dall’altra parte del libro ci sarà un lettore ed è con lui che dobbiamo relazionarci. È a lui che dobbiamo il meglio. Come quando andiamo a comprare il pane. Ci aspettiamo che il forno abbia un panettiere professionista, giusto? O vi accontentereste di uno raccattato per strada all’ultimo momento? Scrivere segue lo stesso principio, anche se pochi lo comprendono.

Come trovi gli spunti e le idee per le tue storie?

Ovunque, davvero. Nei libri che leggo, nei film, nei dialoghi con gli amici, nelle persone che incontro. Gli spunti sono ovunque. Basta prestare sempre attenzione e saper filtrare quello che può essere interessante raccontare e quello che magari è meglio lasciare da parte.

Quanto è importante documentarsi?

È fondamentale, sempre, per ogni romanzo. Perché il segreto è scrivere sempre ciò che si conosce, se si vuole fare un buon lavoro. Senza documentazione non puoi fare questo lavoro. Nulla può essere lasciato al caso e tutto deve farci dubitare. Nell’ultimo racconto che ho scritto ho usato la parola rimmel. In seconda lettura, aiutato da un ottimo lavoro di editing, sono andato a verificare l’esattezza dell’utilizzo in quel particolare contesto e… ho dovuto toglierla. Lasciarla sarebbe stato un errore madornale. Ma questa è solo una parola. Immagina dover far muovere (e parlare) un personaggio in un mondo che non conosciamo per nulla (soprattutto se si scrivono romanzi storici o ambientati in luoghi altamente specializzati).

Come è nata l’idea dell’Odore del peccato? Quanto è stata faticosa la ricerca storica?Per mia sfortuna dimentico molti dettagli, ma in questo caso riesco a recuperare qualche informazione. Avevo letto un bellissimo libro sulla Seconda Repubblica Romana ed ero rimasto affascinato dal periodo. Già lo conoscevo, ovviamente, ma non così nel dettaglio. Avevo scoperto personaggi fantastici come Ciceruacchio o Colomba Antonietti. Così, quando per Mondadori ho iniziato a pensare a un romanzo che potesse essere anche serializzato, ho ripreso le ricerche per cercare un punto di inizio adatto. E così ho scoperto, nelle vicende collegate all’elezione di Pio IX (nel 1846) un evento molto particolare che ben si prestava a dare il la a un giallo. Non vi dico qui quale sia, mi dilungherei, ma lo trovate all’inizio del romanzo. La ricerca storica mi affascina, quindi non mi stanca. Ma è molto lunga e non finisce mai. Ogni aspetto si presta a mille approfondimenti e davvero potresti studiare all’infinito senza mai scrivere. Quindi a un certo punto tracci una linea e dici che basta. Quello che hai te lo porti nel romanzo, ma continui a studiare per il prossimo.

Inizi il romanzo solo se hai una scaletta ben definita o scrivi di getto?

Inizio il romanzo se ho un titolo, un soggetto abbastanza definito e gli elementi principali approfonditi. Poi faccio una scaletta morbida attraverso la quale mi muovo senza troppa rigidità.

Parti da un personaggio o da una situazione?

Parto da un’idea, che regalo a un personaggio, costruendo una situazione. Come nel terzo romanzo con Verzi (in mano a Mondadori, ma ancora lontano dalla luce), partito da un’idea nata leggendo un libro su Pio IX. Ho scoperto di fatto che esisteva una certa organizzazione ecclesiastica e… vabbè, non posso dire tutto qui, adesso. Ma per il quarto romanzo, quando lo scriverò, c’è già una nuova idea pronta, da associare a un personaggio. Vedremo se ci arrivo!

Quando scrivi hai in mente un preciso target di lettori?

 No, ma di certo non scrivo per adolescenti o bambini, di solito. Quindi dall’adolescenza in poi sono tutti potenziali lettori. Ma non escludo che qualche ragazzo possa comunque leggere con piacere i romanzi con Verzi o altre produzioni (thriller, fantascienza, fantasy).

 Quanto conta l’ambientazione?

In un romanzo tutto è importante, ma senza un grande personaggio non vai da nessuna parte. Il lettore si appassiona se entra in contatto con il protagonista (e non solo), se lo vive, nel bene o nel male. Non necessariamente un personaggio positivo, parlo di un personaggio affascinante, unico, ben definito, accattivante. Puoi fare l’ambientazione più bella del mondo, ma se i tuoi protagonisti sono di cartone, non vai da nessuna parte.

A tuo avviso è importante seminare indizi che permettano al lettore di arrivare da solo alla soluzione?

Dipende dal tipo di giallo che stai scrivendo. Se è una sfida col lettore (come nei gialli della prima generazione) p se il giallo è un modo per raccontare una storia, personaggi, luoghi. L’importante è l’onestà, non fare giochetti strani nascondendo appositamente cose che non andrebbero nascoste. Molti gialli contemporanei si muovono come le vere indagini e gli indizi non sono sempre lì, sotto gli occhi. Al colpevole non ci si arriva facendo attenzione allo spillo fuori posto, ma inseguendo uno dopo l’altro gli elementi che emergono. Quindi, molto spesso lettore e protagonista ci arrivano insieme, alla fine. Ma, come dicevo, dipende da che tipo di giallista sei e cosa vuoi ottenere.

Il colpevole deve essere un personaggio che ha una rilevanza nella storia?

Non necessariamente, ma di solito il colpevole è ben presente dall’inizio o quasi. Come dicevo sopra, dipende dal tipo di storia che stai scrivendo. Il colpevole, come spesso accade nella realtà, potresti “raggiungerlo” anche solo alla fine, trovando l’indizio x.

Tre doti che deve avere uno scrittore di gialli/noir.

Le doti di ogni bravo scrittore: conoscere la tecnica, avere buone idee, conoscere il genere di riferimento.