INCURSIONI GIALLE – ANDREA COTTI

ANDREA COTTI

Poeta Sceneggiatore Scrittore

Uno Sguardo sul Mondo

 

Scrive per il cinema e la televisione ma per cinque anni ha  dedicato parte del suo tempo ad approfondire lo studio della comunità cinese e ci ha regalato un romanzo noir che difficilmente si dimentica, anche grazie al suo protagonista.

Abbiamo parlato con lui di questo e di molto altro...

Che differenza c’è nella stesura di un romanzo rispetto al lavoro di sceneggiatore?

La differenza più grande, dal punto di vista tecnico, tra scrivere un romanzo e una sceneggiatura, è che in una sceneggiatura tutto deve essere “visto”. Emozioni, intenzioni e pensieri dei personaggi devono essere resi visibili attraverso gesti, azioni e dialoghi. In un romanzo, invece, come narratore, puoi permetterti di dire al lettore cosa sta pensando e provando un personaggio, senza necessariamente farlo agire, anche se sta seduto a contemplare il muro.

Certo, magari anche in un romanzo è più efficace se i pensieri e le emozioni dei personaggi vengono rese attraverso gesti e azioni, ma questo è un altro discorso.

Come scrittore, poi, la differenza tra narrativa e cinema o televisione, è che quando scrivo un romanzo – almeno in una fase iniziale – sono completamente solo con la mia storia. Solo in un secondo momento arriva il confronto con l’editore e con l’editor. Scrivere una sceneggiatura, al contrario, è quasi sempre un lavoro collettivo, ed è l’ultimo dei “materiali” che si producono prima di arrivare sul set. Prima, di solito, si parte da un’idea, da un breve soggetto. E questo è l’unico passaggio in cui normalmente si può essere da soli. Perché quasi sempre, subito dopo , quell’idea e quel soggetto viene condivisa con altri. Colleghi con i quali si fa squadra da sempre, o direttamente un produttore che se interessato finanzierà gli sviluppi successivi. E che interverrà sull’idea stessa. Il produttore, a sua volta, porterà quell’idea a una Rete, a un broadcaster (Mediaset, Rai, Sky, Netflix, Amazon), e pure la Rete darà le sue indicazioni.

Quindi, quando si scrive per il cinema o la televisione, quell’idea iniziale passa attraverso tante teste diverse, dopodiché si tratta di trovare un compromesso buono tra il conservare il nucleo originale da cui si è partiti senza stravolgerlo e accogliere e integrare richieste di modifiche.

Per citare un nostro noto cantante: “è tutto un equilibrio sopra la follia.”

Come è nata l’idea de “Il Cinese”?

“Il Cinese” nasce innanzitutto dalla mia voglia – dopo più di dieci anni passati appunto a scrivere per il cinema e la televisione, con tutte le implicazioni che citavo prima – di tornare alla narrativa, e di tornare a scrivere qualcosa che piacesse a me, senza altri riferimenti.

Dunque, il romanzo nasce dalle mie passioni messe assieme: il crime, lo studio dei fenomeni criminali, la cultura cinese, le arti marziali.

In un certo senso, è stato semplice.

Che tipo di lavoro di documentazione hai dovuto fare?

Sui testi, sulle informative di polizia e sul campo. Ho studiato tantissimo. Libri sulla comunità cinese in Italia, sui fenomeni migratori dalla Cina, rapporti di polizia sulla criminalità cinese nel nostro paese, testi in italiano e in inglese sulle Triadi. Poi, sono stato a Tor Pignattara, quartiere in cui è ambientata gran parte della storia, e nelle altre “chinatown” di Roma. Esqulino, Porta Maggiore, Tor Tre Teste, Centocelle. Sono stato in questi posti, ho girato, osservato, mi sono fermato nei bar cinesi, e ho fatto domande. Ho incontrato persone, e mi sono fatto raccontare com’è la vita di un cittadino italiano di origine cinese, di un immigrato cinese. Come funziona la comunità cinese. Che rapporti interni ci sono, come invece si rivolge all’esterno. Ho ascoltato. Tanto.

 

La serialità genera fidelizzazione, e quindi pubblico, come ben sai in quanto autore di fiction televisive. Pensi che il personaggio di Luca Wu si presti a un’operazione del genere? Vuoi continuare a raccontare storie che lo vedano protagonista?

Sì, ci saranno altri romanzi con protagonista Luca Wu. Ma non tanto per una questione di fidelizzazione del lettore, quanto perché so che Luca Wu ha altre storie da raccontare, e perché lui per primo non ha ancora risolto i suoi casini.

 Quali consigli daresti a chi vuole scrivere gialli o noir ?

 Lo stesso consiglio che darei anche se non volesse scrivere per forza gialli o noir. Di divorare romanzi, serie tv e film. Uno scrittore per forza deve essere un lettore compulsivo, e al giorno d’oggi deve anche essere un fruitore bulimico di cinema e serialità televisiva.

Poi, più nello specifico, gli consiglierei – anzi gli ordinerei – di essere accurato. Ormai i lettori sono informati e attenti, e se si scrive di un’indagine di polizia occorre essere precisi, non si possono fare strafalcioni procedurali.

Lezione numero uno: non siamo in America, in Italia le indagini le conducono i magistrati, se raccontate un’indagine in Italia i vostri poliziotti devono confrontarsi con un Pm. Se non mostrate o nominate mai un Sostituto Procuratore, state facendo una grossa sciocchezza.

Come trovi gli spunti e le idee per le tue storie?

Dalla realtà, dalla cronaca. Quasi tutto quello che scrivo – poi rimasticato e rielaborato – viene da ciò che accade realmente nel mondo, attorno a me o lontano da me.

Quanto è importante documentarsi?

Fondamentale, almeno per me. Perché, come dicevo, parto a scrivere dal vero, da qualcosa che è realmente accaduto. Quindi, se voglio poi raccontarlo devo necessariamente approfondire.

Per come scrivo io, la documentazione è una parte essenziale. Vado nei posti, compro libri, cerco informazioni in Internet, parlo con le persone, le quali poi mi mandano da altre persone che mi danno altri spunti che mi spingono a fare altre ricerche.

Per me ogni romanzo, ogni storia in generale, è la costruzione di un mondo, piccolo o grande, e dunque quel mondo devo conoscerlo.

Inizi il romanzo solo se hai una scaletta ben definita  o scrivi di getto?   

Scaletta, sempre. Anzi, scalette, plurale. Scaletta prima di iniziare a scrivere, e altre scalette mentre sto scrivendo. Spesso lavoro a più progetti contemporaneamente, a un romanzo e anche a una serie tv o a un film, senza scalette per orientarmi sarei perduto. Inoltre, modificare e rivedere una scaletta, la struttura di una storia, è più semplice che non farlo sul testo completo.

Parti da un personaggio o da una situazione?

 Dipende. Non ho un approccio unico. Di certo, però, sono più spesso i personaggi a portarmi alla storia, e sono sempre loro, con il loro “vissuto” e le loro scelte, a determinare gli sviluppi della trama.

Quando scrivi hai in mente un preciso target di lettori?

Quando scrivo romanzi, mai. “Il Cinese” è stato il primo romanzo crime per moltissimi lettori – lettrici, specialmente – che non avevano mai letto gialli, e si dicevano non interessati. E questo credo sia successo proprio perché io avevo in mente di scrivere un bel romanzo, nient’altro. Quando scrivo serie tv, invece, un ragionamento sul possibile pubblico di riferimento bisogna farlo. Ma anche qui, poi bisogna concentrarsi sullo scrivere una buona storia e basta.

Quanto conta l’ambientazione?

Tantissimo. Se per me scrivere significa raccontare un mondo, allora quel mondo non è fatto solo dai personaggi che lo abitano, ma anche dai luoghi, dai paesaggi, dal cibo, dagli odori, dal clima meteorologico, dalle tradizioni e dalla Storia di quei posti.

A tuo avviso è importante seminare indizi che permettano al lettore di arrivare da solo alla soluzione?

Sì. Il lettore deve sempre avere la possibilità di scoprire chi è il colpevole prima che lo scrittore lo riveli. Anzi, io spesso lascio ben in vista tutti gli elementi visto che per certi versi, sul finale di una storia più che chi ha compiuto una certa cosa, mi interessa svelare perché.

Il colpevole deve essere un personaggio che ha una rilevanza nella storia?

Più che il personaggio deve essere rilevante il contesto, il movente che ha portato al delitto. Se il lettore segue tutta l’avventura, e poi alla fine l’assassino ha ucciso per 1.000 lire, forse non ne è valsa la pena. A meno che, io scrittore non costruisca la narrazione volutamente per arrivare a dimostrare la banalità del male. Però se dietro un delitto ci sono passioni forti, un grande amore o un grande odio, interessi che coinvolgono tutti, pericoli imminenti e spaventosi, forse quell’avventura che il lettore o lo spettatore hanno intrapreso seguendo la storia avrà maggior valore.

Tre doti che deve avere uno scrittore di gialli/noir

 Una curiosità instancabile per il mondo e le persone, una certa passione civile per appunto interessarsi del mondo e delle persone, una sana o insana attrazione per gli aspetti criminali e criminogeni che muovono il mondo e le persone.