FULL IMMERSION A RABAT

rabat  1Questa volta, lo confesso, eravamo un po’ preoccupate. Ai nostri corsi di scrittura abbiamo avuto le platee più diverse, dai bambini delle elementari ai professori del liceo, dagli aspiranti scrittori ai professionisti….però cinquanta ragazzi stranieri, appartenenti a una cultura diversa, anche se studiavano la nostra lingua, rappresentavano davvero un’incognita.

“Ma non dovevano essere dieci?” mi fa Gabriella sgomenta.

In effetti era quello che all’inizio ci aveva detto Malika, professoressa marocchina di italiano alla Scuola superiore dell’Università di Rabat, incontrata a un convegno in RAI, con la quale avevamo subito avuto un feeling positivo. Aveva accettato con entusiasmo l’idea che andassimo a tenere il nostro workshop “Anatomia del Racconto”  -  insegnamento degli step base della costruzione narrativa -  ai suoi studenti del master d’italiano. Con nostro grande stupore, abituate alle lungaggini burocratiche, aveva organizzato tutto in men che non si dica, grazie anche al sostegno della direttrice dell’istituto di cultura italiano di Rabat.  Ma c’era quell’unico, piccolo dettaglio: i ragazzi da dieci erano diventati cinquanta. L’università, ci aveva scritto, non può invitarvi solo per 10 persone. Quindi cinquanta…più i professori!

“Pure i professori!” ci guardiamo sempre più preoccupate.

Revisioniamo rapidamente il materiale del corso per renderlo più accessibile, anche grazie a una serie ulteriore di slides mirate. Poi prepariamo armi e bagagli e optiamo per un fatalistico “que sera sera” :  io confido sulle doti di improvvisazione di Gabriella… e lei pure!

rabat 2A parte un piccolo incidente iniziale all’aeroporto di Casablanca – noi ad aspettare da una parte, l’autista dall’altra -  e un viaggio nella nebbia che neppure nella profonda Padania (ma ve lo ricordate? Nella scena finale di Casablanca, dopo l’addio tra Bogey e Ingrid Bergman, quando lui torna indietro con l’amico, in effetti c’era un nebbione….), tutto perfetto. Accoglienza affettuosa delle prof. marocchine, ottima cena locale, mega albergo a cinque stelle… andiamo a dormire rinfrancate, ma sempre con una punta di inquietudine sulle incognite del giorno dopo.

L’appuntamento con i ragazzi è in un’aula della Scuola Normale Superiore, dipartimento d’italiano dell’Università, ore 10.00. Un bel viale pieno di piante, edifici bassi, luminosi, un giardino in fiore. Giornata di primavera piena. Ci presentiamo in anticipo, per verificare il funzionamento di computer, lettore, televisore. Insegnanti gentilissimi, parlano tutti italiano e francese con estrema fluidità, sono aperti e disponibili. Risolviamo gli inevitabili problemi tecnici e siamo pronte a cominciare. Le dieci sono già passate. I ragazzi però non si vedono. “Arrivano, arrivano” ci dice Malika con un sorriso serafico. Indubbiamente la concezione del tempo differisce dalla nostra. Finalmente, piano piano, a piccoli gruppi, cominciano a entrare. Guardinghi. Qualcuno sorride. Qualcuno ci squadra curioso. Le ragazze ci colpiscono per la diversità di abbigliamento: chi indossa il velo e chi no, chi è in jeans e maglietta, chi nel tradizionale abito lungo nero, chi è truccata e chi fa di tutto per occultare la propria femminilità. Una volta che si sono sistemati –  in effetti sono tanti! – veniamo presentate dalla direttrice dell’Istituto Italiano di cultura e da Malika. Poi è il momento: tocca a noi.

Cominciamo con l’introduzione al workshop che, in due giornate di full immersion, vuole fornire gli elementi base per la costruzione di una storia. Cerchiamo di scandire bene ma, al tempo stesso, di parlare con naturalezza. Dobbiamo catturare la loro attenzione. E per questo usiamo anche strategie ormai collaudate: ci  sistemiamo ai due lati della stanza, ci passiamo la parola (senza sovrapporci,  anni di allenamento insegnano!), variamo e moduliamo il tono della voce… Spieghiamo quanto sia importante cogliere la realtà con tutti i sensi, osservare, percepire, ascoltare ciò che il mondo circostante e le persone ci trasmettono. Gabriella è la prima a mettersi in gioco. Chiede ai ragazzi di  dare una descrizione di lei, senza remore, senza filtri. Dopo alcune incertezze e perplessità, tutti cominciano a scrivere. Passato il tempo, chiediamo se c’è qualche volontario che vuol leggere. Da uno dei banchi si alza, senza esitazioni, una mano: appartiene a un ragazzo dai tratti decisi, lo sguardo scuro e intenso. Un po’ più grande degli altri. Al nostro segno di assenso, legge con voce chiara e un accento indefinito, con sfumature di francese e spagnolo e qualche durezza, ma in un italiano fluido e praticamente perfetto:

rabat3“Di colpo m'imbatto in questa donna massiccia dai capelli castano chiari di mezz'età dagli occhi verdi come il suo blusone. Italiana, romana, dice che è venuta per insegnarci a scrivere. Cerco di nascondere la mia perplessità. Di colpo Gabriella, questo è il suo nome, si pianta in mezzo all'aula e dice che dobbiamo descriverla, e la prima cosa che mi viene in mente coraggiosa ‘sta tizia, io non mi sarei mai prestato ad essere descritto da una marea di estranei . Gabriella fa la sceneggiatrice, dice che i suoi libri nascono in cucina, gesticola mentre parla, l'associazione di questi elementi produce un enorme cliché nella mia mente, italiana che ama la cucina gesticola mentre parla e dal nome del suo workshop, EWWA, sicuramente femminista. Gabriella dice che la sua famiglia è numerosa e che non ha un gran rapporto con i suoi fratelli; colgo la palla al balzo e, mosso da una specie di sadismo puerile, insisto: di dov'è la sua famiglia , mezzo toscana mezzo veneta, gente di mare, dice, comincio ad empatizzare ma ancora non la riesco a descrivere.”

Per qualche istante restiamo a bocca aperta.  La performance di Omar, questo è il suo nome, viene seguita da un applauso spontaneo, a cui ci uniamo con grande convinzione. Da questo momento il ghiaccio è rotto. Altri si offrono di leggere. Il loro italiano non è come quello di Omar, ma il livello è decisamente buono. Percepiamo la curiosità, l’interesse, la voglia di partecipare. Riescono a seguirci anche quando riprendiamo a parlare come facciamo di solito, senza pause, con ritmi sostenuti. Aiutate dalle slides e dagli spezzoni dei film. Anche gli insegnanti manifestano interesse e apprezzamento. Partecipano, intervengono, aiutano quando necessario.

rabat 4Adesso i ragazzi sanno che non siamo venute a tenere una conferenza o un seminario ex cathedra. Hanno capito che ci mettiamo in gioco per prime e che chiediamo a loro di fare lo stesso. Che la storia che nascerà, attraverso l’analisi dei vari step narrativi, non sarà una storia qualunque ma la loro storia. Che dovranno lavorare in gruppo, scegliere, proporre, votare per la soluzione migliore. Lo fanno. Superano le empasse grazie all’entusiasmo, alla voglia di realizzare qualcosa di concreto, di arrivare fino in fondo.  Lo dimostrano il giorno dopo: tornano tutti, anche se non sono obbligati. Prendono confidenza, ci fanno domande, vogliono sapere se possono inviarci dei racconti scritti da loro, ci chiedono l’amicizia su facebook.

Ormai dimenticate le preoccupazioni, ci lanciamo in questa nuova avventura. Mettendoci tutte noi stesse. Cercando di essere concrete ma empatiche, di non dare giudizi ma fornire strumenti, chiavi di lettura. Trascorriamo due giornate intense, appassionanti, feconde. Di reciproca scoperta, di confronto e di scambio. Quando è il momento di tornare, siamo tutti dispiaciuti: loro e noi. Ci salutiamo con la promessa di ritrovarci di nuovo, presto.

Vorremmo davvero fosse solo l’inizio di un percorso da continuare insieme: i ragazzi di Rabat e noi.