BACKSTAGE – FALSE VERITÀ III parte

FALSE VERITÀ

IL BACKSTAGE

III parte

Nelle puntate precedenti: bibbia, backstory, brainstorming, tema.

Posta in gioco, tagline, biografia dei personaggi.

Dopo un sintetico excursus di questi punti, vi abbiamo lasciato con una frase che, a riguardarla, suona piuttosto sibillina: “eravamo troppo fedeli alla realtà”.

Che cosa intendevamo dire?

NON VERO MA VEROSIMILE

Chi ha seguito i nostri corsi sa quanto insistiamo sul capitolo “verosimiglianza”. Una storia deve essere verosimile, ovvero deve poggiare su presupposti credibili, avere una sua coerenza interna e i personaggi devono agire di conseguenza. Attenzione: verosimile non significa che debba essere vero a tutti i costi, ma solo che potrebbe esserlo. Infatti, quando scriviamo una fiction non possiamo venir meno ai principi della drammaturgia narrativa a favore del realismo, perché rischieremmo di essere mortalmente noiosi. In  particolare in una storia crime tutto deve essere concentrato e accelerato rispetto alla realtà, senza mai però perdere di vista la credibilità dei personaggi e del loro agire. Come ha fatto notare Massimo Lugli, ospite a un convegno sul giallo organizzato dalla nostra associazione EWWA, “dobbiamo fare attenzione ai termini plausibilità e possibilità. In narrativa va ricercata la plausibilità, ciò che potrebbe essere reale, senza mai dimenticare che non tutto ciò che è possibile è anche plausibile. Quando facciamo narrazione e non cronaca, dobbiamo saper mediare tra realtà e fantasia”.

Ecco, appunto. Noi invece avevamo peccato di eccesso di realismo, raccontando la storia soprattutto dal punto di vista di quello che, nella realtà, è il responsabile delle indagini, il poliziotto.

IL PUNTO DI VISTA DELLE PROTAGONISTE

Ma, per quanto fascinoso, simpatico e capace, il nostro protagonista non era Andrea del Greco, ovvero il vicequestore che si occupa ufficialmente delle indagini. Nella finzione lui  è solo la spalla delle  vere protagoniste, le nostre due investigatrici. Ufficialmente deve essere lui il titolare delle indagini, perché altrimenti verremmo meno al principio della verosimiglianza, ma in realtà chi conduce davvero le danze, chi ha le intuizioni risolutive, chi rischia e finisce sotto minaccia sono Emma e Kate. Quindi la storia deve essere necessariamente narrata  attraverso i loro occhi, le loro azioni, le loro emozioni. In sintesi il loro POV (Point of View). Ci siamo accorte che, invece, la parte del leone l’avevamo data ad Andrea, era lui che muoveva l’azione, lui che dettava la linea delle indagini, con Emma e Kate a fare solo da coprotagoniste, sempre un passo indietro.

Cosa dovevamo fare a questo punto? Rimontare la storia in modo che le protagoniste tornassero ad essere le nostre investigatrici. Ma sempre in modo credibile, perché  eravamo alle prese con un omicidio e in Italia gli  investigatori privati, nella realtà, si occupano principalmente di tradimenti, pedinamenti di minori e, al massimo, di spionaggio industriale.

IL PATTO CON IL PUBBLICO

E qui, nel non facile equilibrio tra finzione e realtà, entra in gioco il patto con il pubblico. Ovvero quel  tacito accordo  tra lo scrittore e il suo pubblico nel quale il primo chiede al secondo di sospendere l’incredulità per la durata della narrazione. Questo significa che il lettore, per godere appieno della storia, accetterà  di  mettere in stand by le proprie capacità critiche  e prenderà  per vero ciò che lo scrittore racconta, pur consapevole che si tratta di finzione e che può presentare delle incongruenze, anche se secondarie. Un esempio su tutti: come è possibile che un paesino come St.Mary Mead - dove vive Miss Marple -  abbia una densità di omicidi pari a quella di una metropoli? Naturalmente il lettore sa che nella realtà questo non potrebbe accadere, ma lo accetta perché ciò che gli interessa è scoprire come Miss Marple condurrà le sue indagini per  individuare il colpevole. E, da questo punto di vista, l’investigatrice nata dalla penna di Agatha Christie è assolutamente ineccepibile.

Nel caso di False Verità il nostro patto con il pubblico consisteva nel far accettare ai lettori che fossero le due investigatrici a indagare e a risolvere il caso e non la polizia, come accadrebbe nella realtà.  Ma in questa non facile navigazione dovevamo tenere ben ferma la barra della verosimiglianza, anche per evitare un altro insidioso tranello, che per noi ha il nome ingannevole di tre simpaticissimi personaggi: Pippo, Pluto e Paperino.

PIPPO PLUTO E PAPERINO

Per  parafrasare una celebre canzone di Renato Zero: cosa c’entrano loro? Tra poco ci arriviamo.

Abbiamo imparato sulla nostra pelle quanto sia importante, soprattutto se stiamo scrivendo un crime, che la  storia sia credibile. Non dimenticheremo mai quando, alle prese con la trama delle  storie gialle per una delle serie tv a cui abbiamo lavorato, consegnammo trepidanti  all’editor il nostro primo soggetto. Il suo commento fu lapidario:

“Non ci siamo. Sembrano Pippo, Pluto e Paperino.”

È passato parecchio tempo da allora, ma anche adesso, quando  ci rendiamo conto che  i nostri personaggi o le azioni che compiono sono poco verosimili (succede), ci guardiamo in faccia e una di noi pronuncia le fatidiche tre parole: Pippo,Pluto e Paperino.

In altri termini, tutto da rifare.

Ovvero prendere la scaletta costruita con attenzione certosina per incatenare le scene una all’altra e smontarla pezzo per pezzo, a costo di lacrime e sangue. Come diceva uno dei nostri insegnanti   di scrittura creativa - un noto sceneggiatore americano - “kill your darlings”.

                                                                             (continua…)