A SCUOLA DEI GRANDI – VALERIO VARESI

VALERIO VARESI

ATMOSFERE NOIR PER UNA NARRATIVA

DI IMPEGNO E DI DENUNCIA

Più volte vincitore del Premio Fedeli, dedicato alla narrativa poliziesca, è giornalista e scrittore, due attività inscindibili una dall’altra. Perché proprio nella cronaca lei trova lo spunto e l’ispirazione per i suoi romanzi, è così?

La cronaca è fonte quasi inesauribile di spunti. Primo perché credo che la realtà sia sempre più avanti della fantasia, secondo perché la narrativa è lo specchio della nostra vita che la cronaca ci mostra. Ne rappresenta un distillato e ne ricava l’essenza.

Lei ha detto che il noir è un’atmosfera, uno stato d’animo, un colore. Come mai lo ha scelto? Crede che oggi sia la forma migliore di racconto sociale ?

Penso che in un noir non si possa prescindere da un’atmosfera che lo contenga. Potremmo pensare a un romanzo di Chandler, solo per fare un esempio, senza quell’America disincantata e cinica? Detto ciò, analizzare un delitto tramite un’indagine, può essere l’occasione per capire i turbamenti del mondo d’oggi. In questo caso un esempio di scuola è “A sangue freddo” di Truman Capote. Se non ci si limita solo a descrivere la modalità di un omicidio e il percorso per trovare l’assassino, ma ci si chiede che cos’è che ha spinto l’assassino a uccidere, il romanzo diventa sociale perché gran parte degli omicidi ha concause da ricercare nel mondo in cui viviamo. E’ la famosa “depressione ciclonica” di cui parlava il grande Gadda. In altre parole, il noir diventa sociale quando inizia a chiedersi il perché del male. Ma in realtà il noir nasce come genere inquietante ed eversivo. E’ nel suo Dna, purtroppo oggi troppo spesso tradito.

 E, a questo proposito, L’ora buca, il suo ultimo romanzo, è stato definito un distopico noir, è d’accordo?

Può essere sicuramente un noir e per certi versi un romanzo distopico, ma in realtà è un libro inclassificabile e strano. Risulta così per primo a me stesso perché la sua genesi è il risultato di più sollecitazioni. E’ un gomitolo con tanti bandoli.

Nel 2012, in Ultime notizie di una fuga, compare per la prima volta il personaggio del commissario Franco Soneri che ne Gli Invisibili, uscito lo scorso anno, è arrivato alla sua quindicesima indagine. Come è nato? Si è ispirato a un personaggio reale? E quanto è cambiato oggi in rapporto ai cambiamenti del mondo intorno a lui?

Soneri è nato perché volevo raccontare la storia della scomparsa di una famiglia e ci voleva qualcuno che indagasse. Per modello ho preso un amico commissario che diresse la Squadra mobile di Parma. Un tipo riflessivo, per niente d’azione, ma come don Ciccio Ingravallo “coi bernoccoli metafisici”.  Da questo poliziotto Soneri ha preso anche il nome: Franco. C’è però un’altra ragione nella nascita del mio commissario. Negli anni ’90, specie in Emilia, il giallo stava vivendo una felice mutazione nella direzione di cui parlavo prima. Dunque mi interessava molto sperimentare un genere che coniugasse forte tensione narrativa a impegno sociale.

 Qual è la sua  - e di Soneri - metodologia d’indagine?

E’ un investigatore induttivo. Si immerge nella situazione, nella scena del delitto, immagina gli stati d’animo dei protagonisti e da lì parte con le sue tesi sui fatti. Procede come la scienza sperimentale: fa ipotesi e va a verificarle camminando molto e parlando con tante persone.

 Ne Gli invisibili si ha la sensazione che il tema etico e sociale prevalga sull’indagine giudiziaria.  È d’accordo?

Quali sono i temi che sente più forti oggi e di cui le interessa raccontare?

E’ vero. “Gli invisibili” è il libro che forse più accentua questa tendenza, già presente in tutta la mia narrativa. Credo in un romanzo impegnato, di denuncia come lo fu la stagione del neorealismo italiano. Allora bastava raccontare per indicare ciò che non andava, oggi occorre un lavoro più profondo perché il bailamme informativo, paradossalmente, cela le verità profonde. Il tema principale è quello dell’impostazione che è stata data al mondo a partire dagli anni ’80, ovvero quella in cui tutto è regolato solo dal mercato in cui vige un unico valore: il denaro. Quella che abbiamo costruito è una società darwiniana che tira fuori il peggio dall’uomo e sta distruggendo il pianeta. Un mondo così, è violento di per sé e non può che generare violenza. Ai narratori spetta il compito di portare agli occhi del lettore questa consapevolezza”.

Soneri è stato interpretato sullo schermo da Luca Barbareschi e la serie RAI a lui dedicata - Nebbie e Delitti - è stata sceneggiata da Silvia Napolitano e Angelo Pasquini.  Lei  l’ ha supervisionata? Come ha vissuto  la trasposizione?

No, non ho partecipato direttamente alla produzione, né alla sceneggiatura. Mi sono limitato a dare consigli su come trattare i personaggi. Ogni autore, di fronte alla traduzione delle sue “creature” in un linguaggio diverso dalla scrittura e per giunta diffuso attraverso un mezzo che è enormemente più capillare del libro, subisce il complesso del figlio sottratto. In compenso le sue invenzioni e i suoi personaggi entrano nell’immaginario collettivo e ciò è molto appagante.

 Una delle caratteristiche  più apprezzate dei suoi romanzi è il grande lavoro sui personaggi e il loro approfondimento psicologico. Possiamo dire che il plot giallo è un pretesto per raccontare queste relazioni e le tematiche che  le stanno a cuore?

Quello che desidero è costruire dei bastardi. Romanzi che fondano le caratteristiche della letteratura tout court con l’impianto del romanzo a indagine. Vorrei che si amalgamassero la scrittura di livello con un tipo di narrativa più popolare. Gli esempi, anche in Italia ci sono, basti pensare a Sciascia, al citato Gadda o a Scerbanenco. Ma se alziamo lo sguardo oltralpe abbiamo Jean Claude Izzo, Henri Manchette, Leo Malet per non parlare del grande Simenon.

 Una domanda scontata per un giornalista, ma riteniamo sia importante ribadirlo: quanto conta la documentazione?

Conta parecchio per non commettere errori, soprattutto procedurali, che in un giallo non vengono perdonati. Con questo non voglio dire che tutto debba essere aderente alla lettera a ciò che succede in un commissariato, ma perlomeno verosimile. La documentazione è però fondamentale in romanzi storico-politici come quelli raccolti in “Trilogia di una Repubblica”, dove la storia e i suoi personaggi, questa volta veri, non devono avere sbavature.

E l’ambientazione? Lei ha detto che il Po e l’Appennino, presenze fortissime nei suoi romanzi, non sono soltanto luoghi letterari: che valenza hanno? E quanto conta l’ambientazione in un noir?

Po e Appennino, ma anche una città padana come Parma, sono contenitori che conferiscono la tessitura di fondo dei romanzi. Come una tela su cui si ricama. E’ importante ciò che viene costruendosi su di essa, ma è la tela che conferisce il colore al disegno. Inoltre, sia il Po che l’Appennino sono ambienti letterari per antonomasia.

 Inizia un romanzo solo quando ha una scaletta ben definita  o scrive di getto? 

Inizio quando vengo colpito da un fatto che rappresenta, in quanto emblematico, tutta la storia che io vorrei raccontare. Ci sono episodi di cronaca che, in nuce, contengono molto di più di quello che mostrano. Basta svilupparli, come scartare una caramella o rompere il guscio di una noce. Quello è il flash che si imprime nella mia mente. Da lì parto e so dove arriverò. Quello che non so è il come. Questa è la parte che devo costruire giorno dopo giorno.

Lavora su un romanzo alla volta o su più romanzi insieme?

In genere lavoro un romanzo per volta. Anche perché il mestiere di giornalista mi prende gran parte della giornata e non avrei il tempo di dedicarmi a due testi contemporaneamente. Ma non penso che lo farei perché ogni storia ha bisogno della sua lingua e del suo ritmo come un corpo di un vestito di misura giusta. Se si confrontano lo stile dei noir con la lingua alla Celine de “Lo stato di ebbrezza”, si ha l’impressione di libri scritti da autori diversi”.

Parte da un personaggio o da una situazione?

Sempre da una situazione, un fatto che mi viene raccontato. Anche perché, nel caso dei noir, il personaggio è sempre lo stesso.

 Quando scrive ha in mente un preciso target di lettori?

Credo di immaginarmi il lettore tipo. E’ una persona che non si accontenta del giallo enigmistico, ma desidera anche altro a partire da una scrittura di buon livello. Un lettore che non legge solo gialli, ma anche letteratura di altro tipo. Insomma, i miei testi sono forse un po’ troppo selettivi. Chi è abituato al thriller o al giallo enigmistico pieno d’azione e anche un po’ sanguinolento, non ama i miei libri. Li trova lenti, troppo riflessivi e forse noiosi.

A suo avviso è importante seminare indizi che permettano al lettore di arrivare da solo alla soluzione della trama gialla?

Non mi importa più di tanto giocare a scacchi con il lettore. Al limite potrei svelare tutto all’inizio come Boll ne “L’onore perduto di Katharina Blum” o non trovare l’assassino come ne “La promessa” di Durrenmatt”. Ribadisco che la domanda principale che mi pongo non è “chi è stato a uccidere”, ma “perché l’ha fatto”.

Il colpevole deve essere un personaggio che ha una rilevanza nella storia?

Secondo me sì. Deve incarnare uno squilibrio essere artefice del movente e rappresentarne i motivi. Essendo la mia una narrativa di impegno, l’assassino è colui che manifesta la contraddizione. Sarebbe diverso se scrivessi di serial killer psicopatici, lì il movente sociale c’entra poco se non nella genesi della malattia mentale.

Quali consigli darebbe a chi vuole scrivere gialli o noir?

Leggere molto ed esercitarsi nella scrittura. Il talento è una dote di base ma va affinato e allenato esattamente come la voce di un cantante lirico.

Tre doti imprescindibili che deve avere uno scrittore di gialli/noir.

Scrittura. Senza quella non v’è nessuna forma letteraria. Un testo, qualsiasi testo, può reggere se scritto bene anche se non racconta granché. Viceversa, si può avere per le mani la più bella storia del mondo, ma senza una scrittura di livello non avrà mai una dignità letteraria. Trama. Le idee devono camminare con muscoli e ossa, dunque occorre fantasia e immaginazione per costruire un buon intreccio. In seno alla trama includo i personaggi che devono essere vivi nella loro umanità e non funzioni puramente narrative. Visione. Da uno scrittore di noir si pretende che trasmetta al lettore una sua visione della realtà e un filo che la leghi. Un logos, una interpretazione che tragga fuori dal caos che ci circonda un’idea di mondo coerente.