A SCUOLA DAI GRANDI – TUTTE LE SFUMATURE DEL CRIME SECONDO ED MCBAIN

 

TUTTE LE SFUMATURE DEL CRIME

SECONDO  

ED McBAIN

 

 

“Era bionda. Era in pericolo. E mi fruttava 3 centesimi a parola.” Questo il titolo di un articolo ironico e divertente scritto da uno dei grandi autori del poliziesco più amati e popolari d’America (e non solo)  per descrivere  quelle che, a suo avviso, erano le varie declinazioni del crime. Una chicca che abbiamo voluto tradurre per nostro e vostro diletto.

Un bravo scrittore di crime, come un  pianista jazz, non poteva dire di conoscere il suo mestiere se non era in grado di improvvisare  usando tutti e dodici i tasti. Il lato divertente erano proprio le variazioni sul tema. E anche essere pagati 2 o 3 centesimi a parola non era affatto male.

Per quanto mi riguarda, le storie con protagonista un Investigatore Privato erano le più facili da scrivere. Tutto quello che dovevi fare era dire ogni volta una cosa diversa e metterti nei guai con la polizia. Nelle storie con l’IP i poliziotti erano sempre cattivi. Se non fosse stato per loro, l’investigatore  avrebbe potuto risolvere qualsiasi omicidio in dieci secondi netti. Gli sbirri non facevano altro che trascinare l’investigatore in qualche posto di polizia per accusarlo di aver ucciso qualcuno, solo perché era arrivato sulla scena del crimine prima di tutti gli altri.

Ho sempre cominciato le storie  dell’ investigatore privato con una bionda che indossava un vestito attillato sbrilluccicante. Quando incrociava le gambe, metteva in mostra calze di seta e reggicalze ben tesi su una pelle lattea. In genere voleva ritrovare il marito scomparso o qualcun altro. In genere l’investigatore si innamorava di lei alla fine della storia, ma doveva fare attenzione, perché non ci si può fidare delle ragazze che incrociano le gambe per far vedere il reggicalze. Insomma, l’ investigatore privato era Superman con un cappello di feltro.

L’Investigatore Dilettante era un investigatore privato senza licenza. Le persone che si rivolgevano a lui in genere erano amici o parenti che non si sarebbero mai sognati di andare alla polizia per problemi da codice penale e che non potevano permettersi di pagare un investigatore privato per avere aiuto da un professionista. Piuttosto chiamavano un rabbino o un prete, o la signora che era presidentessa del circolo di giardinaggio, o uno che aveva dei gatti o un tizio che guidava la locomotiva sulla Delaware Lackawanna e gli spiegavano che qualcuno era scomparso, o morto e, per favore, potevano questi super impegnati dilettanti dare una mano?

Ovviamente il meccanico, il prestigiatore, o l’addetto all’ascensore mollavano tutto e si precipitavano ad aiutare l’amico o la zia nubile. L’investigatore dilettante era persino più in gamba dell’investigatore privato o dei poliziotti perché, certo, risolvere crimini non rientrava nelle sue normali attività ma accidenti se era bravo! Era divertente scrivere questo tipo di storie, perché non c’era bisogno di sapere niente sulle investigazioni criminali. Bastava conoscere tutte le stazioni della Delaware Lackawanna.

Ancora più divertente era scrivere la storia di un Testimone Innocente. Per farlo non dovevi sapere assolutamente nulla. Una storia col Testimone Innocente potrebbe essere su una qualunque persona che è stata testimone di un crimine che lui o lei non avrebbe dovuto vedere. In genere si trattava di un omicidio, ma poteva anche essere un rapimento o una rapina a mano armata o addirittura sputare sul marciapiede, che non è un crimine particolarmente grave, ma è sicuramente un reato minore, vedi un po’. Quando scrivevi una storia col Testimone Innocente, non dovevi andare a vedere proprio niente. Eri testimone di un crimine e si partiva da lì.

Il mio buon amico Otto Prenzler, eccellente conoscitore di storie mystery, sostiene che se un libro, un film, un testo teatrale o una poesia è incentrato su un crimine, si tratta per forza di cose di una storia crime. Lo sarebbero anche “Amleto” e “Macbeth”. E questo farebbe di William Shakespeare il più grande autore  crime di tutti i tempi. Ma se questa teoria è vera, allora sputare sul marciapiede sarebbe un reato a cui merita di assistere un Testimone Innocente.

E dunque, il Testimone Innocente vede un robusto signore che si schiarisce la gola e sputa sul marciapiede. Il TI borbotta :“Disgustoso!” A quel punto una decina di tizi in soprabito nero, tutti con l’accento mitteleuropeo cominciano a dargli la caccia, cercando di ucciderlo, di mutilarlo o peggio. A un certo punto della storia, dipende da quanto è lunga, potrebbe fare il suo ingresso anche la polizia, accusando il Testimone Innocente di essere quello che per primo ha sputato sul marciapiede. Tutto finisce bene quando una bionda con indosso un vestito sbrilluccicante, che sfoggia calze di seta e giarrettiera, si schiarisce la gola e spiega ogni cosa fluentemente in otto lingue diverse, chiarendo tutta la confusione in uno scampanellio di campane a nozze.

È meglio essere un Testimone Innocente piuttosto che un Uomo in Fuga o una Donna in Pericolo, anche se questi tre generi di crime fiction sono parenti stretti. Il comune denominatore è che il protagonista, in ognuno di essi, è un fesso innocente. Il Testimone Innocente ovviamente è innocente. Altrimenti sarebbe un Testimone Colpevole. Ma anche la Donna in Pericolo in genere è innocente. Il suo problema è che qualcuno sta cercando di farle molto male, non sappiamo perché. O, se lo sappiamo, sappiamo anche che si tratta di un terribile malinteso, perché lei è innocente, non lo vedete? Se solo potessimo dirlo al maniaco omicida che le dà la caccia giorno e notte, cercando di farle tanto male.

Ok, in alcune storie lei non è del tutto innocente, una volta ha commesso un atto immorale ma non  così terribile e se n’è pentita, però questo pazzo adesso ha gonfiato la cosa oltre ogni limite, facendola diventare un caso federale, sparandole, cercando di strangolarla e quant’altro.  Comunque meglio che lei sia una cosina davvero innocente che non sa perché questo pazzo vuole ucciderla a tutti i costi. Ed è anche bene darle un colore qualsiasi di capelli, escluso il biondo. Non  ci sono bionde innocenti nella crime fiction.

Anche un Uomo in Fuga è innocente ma i poliziotti (di nuovo loro!) non la pensano così.  Sono convinti che abbia fatto qualcosa di molto brutto e quindi gli danno la caccia. Quello che vogliono è metterlo sulla sedia elettrica o chiuderlo in galera per sempre. Per questo, ovviamente, lui è in fuga. Quello che non sappiamo è se sia o no davvero colpevole. Di sicuro ci auguriamo che non lo sia, perché è una persona piuttosto gradevole, anche se un po’ sudato per tutto quel correre.

Magari invece è colpevole, chi lo sa? Forse i poliziotti – questi orrendi individui – per una volta  hanno ragione. Tutto quello che sappiamo per certo è che quest’uomo sta scappando. Molto velocemente. Così velocemente che a malapena abbiamo tempo per chiederci se sia colpevole, innocente o se stia correndo la maratona. L’unica cosa importante che uno scrittore deve ricordare è che, prima di smettere di correre, l’uomo deve acchiappare il tizio che ha davvero fatto quello che il lettore spera lui non abbia fatto, ma che la polizia è sicura che abbia fatto. A 3 centesimi la parola, più correva meglio era per lo scrittore.

Quando ho cominciato a scrivere polizieschi, sapevo solo una cosa dei poliziotti: che erano bestie disumane. Il problema era come farli diventare esseri umani piacevoli ed empatici. La risposta è semplice. Facendogli avere il raffreddore. E dandogli nomi propri. E facendo sì che il dialogo tra loro fosse familiare e informale. Persone che si esprimevano in modo normale, che avevano il naso che cola e un nome proprio dovevano almeno essere umani come voi e me. Tenendolo bene a mente, scrivere un poliziesco empatico è stato un gioco da ragazzi.

“Buongiorno, signora Flaherty,  questo con un punteruolo da ghiaccio che gli spunta dall’orecchio è il corpo di suo marito?”

“Sì, è il mio adorato George.”

“Scusi signora, devo soffiarmi il naso.”

“Prego, faccia pure detective.”

“Quando ti sei preso questo raffreddore, Harry?”

“Ce l’ho da una settimana ormai, Dave.”

“Accidenti, un sacco di tempo.”

“Anche George, mio marito, aveva un brutto raffreddore, per questo si è infilato il punteruolo da ghiaccio nell’orecchio.”

“Cosa hai preso per il raffreddore, Harry?”

“Mia moglie mi ha fatto il brodo di pollo, Dave.”

“Sì, il brodo di pollo va sempre bene quando hai il raffreddore.”

“Oh signore, guardate quanto sangue!”

“Indubbiamente ce n’è parecchio signora.”

“Non credevo che una persona potesse sanguinare tanto da un orecchio, e lei?”

“No signora, nemmeno io .”

“Attenta ai piedi, signora, ci sta finendo dentro.”

“Oh cielo.”

“Anche latte caldo e burro dovrebbero far bene.”

“Tra poco arriva il medico legale, Harry, magari ti può dare qualcosa.”

“Mi manca così tanto.”

Una volta umanizzati i poliziotti, tutti avrebbero capito esattamente quanto fossero buoni di cuore e perbene. Il resto era facile.

La storia più difficile da scrivere era quella chiamata il Truffatore Truffato. Come il nome suggerisce, è una storia in cui il colpevole inconsapevolmente diventa la vittima. Ad esempio, io faccio un piano elaborato per ucciderti, ma quando apro la porta della tua camera da letto, tu sei lì con una pistola in mano e mi spari. Truffatore Truffato.

Una volta ho avuto una splendida idea per il Truffatore Truffato. C’è uno scrittore che continua a  presentare storie sempre allo stesso editor, che detesta il suo lavoro e continua a rifiutarle con un biglietto che dice “Bisogna lavorarci”. Perciò lo scrittore scrive una storia dal titolo “Bisogna lavorarci” e la mette in un pacco bomba che invia all’odiato editor, sperando di leggere sul giornale del giorno dopo che l’uomo è stato ridotto a brandelli. Invece nella sua cassetta della posta c’è una lettera dell’editor. Quando lui la apre, esplode.

Lo so.

Bisogna lavorarci.

( tratto dal New York Times del 29 marzo 1999)

 

Per tutte le opere di McBain cfr.  https://it.wikipedia.org/wiki/Ed_McBain