A SCUOLA DAI GRANDI – MAURIZIO DE GIOVANNI

MAURIZIO DE GIOVANNI

GIALLO NAPOLETANO

Un narratore che sa ascoltare le storie della sua città

Attualmente Lei è uno degli Autori italiani più amati, non a caso sia la serie dei Bastardi di Pizzofalcone sia quella di Ricciardi sono state girate per la televisione. Da sceneggiatrici ci piacerebbe molto sapere come è stato il suo rapporto con la sceneggiatura.

Forse vi deluderò: la sceneggiatura per me è una fase direi incidentale. Il mio ambito è e resta quello di raccontatore di storie. Mi dicono che i miei libri siano stati scelti dalla televisione proprio perché sono già delle sceneggiature. In ogni modo, mi sono adattato: ho fatto il supervisore di altri sceneggiatori e mi è sembrato semplice. Forse perché ovviamente conosco a menadito le storie, più probabilmente perché non ho capito come si fa. Scherzi a parte, ho lavorato con grandissima velocità. Direi di pancia più che di testa, cercando di non farmi influenzare dagli attori scelti né dal prosieguo delle storie che naturalmente avevo già in mente.

Nel 2005, per divertimento, partecipa con il racconto I vivi e i morti al concorso indetto da Porsche Italia per scrittori giallisti emergenti presso il Gran Caffè Gambrinus, e da lì si apre la strada a una carriera fulminante. Conquista il grande pubblico con questo commissario dolente che si aggira nella Napoli del 1930 con il suo speciale dono, percepire l’ultimo pensiero della vittima di una morte violenta. Idea a dir poco geniale. Ci racconta come è nata?

Durante il concorso, cui partecipai per essere stato iscritto per scherzo da alcuni miei amici, ebbi difficoltà a cominciare il mio racconto. Ma a un tratto una zingarella bellissima e mal vestita, vedendomi pensieroso al di là della vetrina del Gambrinus, mi fece una boccaccia e se ne andrò, con la sua bambola di stracci nella manina. L’avevo vista solo io, visto che gli altri concorrenti continuavano a battere forsennatamente sulle rispettive tastiere. E allora mi immaginai un personaggio che vede qualcosa che gli altri non vedono. E immaginai che quel qualcosa fosse un morto di morte violenta.

Da quel momento il pubblico ha atteso con ansia le storie del malinconico e ormai popolarissimo commissario Ricciardi, a cui sono seguite quelle altrettanto amate dei Bastardi di Pizzofalcone. Qui è evidente il richiamo all’87° Distretto di Ed McBain, quali sono la genesi e l’evoluzione di questa seconda serie?

Mi sono cimentato a scrivere una storia contemporanea, evitando di utilizzare l’atmosfera degli Anni Trenta che qualcuno aveva individuato come il principale motivo del gradimento che la mia prima serie aveva incontrato presso i lettori. Ho provato quindi a spostare il set ai giorni nostri, ma nelle mie intenzioni il libro (Il metodo del coccodrillo) doveva restare un unicum. Ma i fatti hanno dimostrato che ho la serialità nel sangue, e così eccomi al decimo romanzo della serie de I Bastardi di Pizzofalcone, decisamente ispirata a McBain, di cui sono incondizionato ammiratore.

Lei ha una capacità di invenzione unica, racconta Napoli in tutte le sue vesti – non a caso è stato nominato Presidente del Comitato scientifico per la salvaguardia e la valorizzazione del Patrimonio linguistico napoletano. Che si tratti della Napoli degli Anni 30 o di quella che conosciamo oggi, la sua città è sempre un personaggio importantissimo nella narrazione, nella sua accezione più ampia. È d’accordo con noi? Se sì, è stata una scelta la sua o è qualcosa che è nato spontaneamente, raccontando storie ambientate a Napoli?

Non potrei scrivere se non avessi Napoli nella mente e negli occhi, anche se non la nomino mai, tanto si capisce che parlo di lei. Né avrei mai scritto una parola se non fossi stato napoletano. E rido degli scrittori che considerano una deminutio essere indicati come scrittori napoletani. Per me, è un complimento.

I suoi protagonisti sono sempre personaggi dolenti, con ferite profonde che non si possono rimarginare, come mai?

Direi piuttosto personaggi imperfetti. Forse è questo che piace alla gente.

Nei suoi libri emerge prepotente il bisogno di raccontare emozioni forti, i suoi “cattivi” non sono mai cattivi fino in fondo, ma piuttosto personaggi costretti dalla vita su una strada sbagliata. I suoi romanzi sono intrisi di emozioni primarie e forse è proprio questo il segreto del successo dei suoi libri, cosa ne pensa?

Non esiste il bianco e il nero, ma infinite gradazioni di grigio. Non ci sono cattivi e buoni, ma persone più o meno egoiste. Anzi, la maggior parte delle volte chi commette un delitto è quello che la vita ha segnato di più e la vittima è ben peggiore del carnefice.

Ricciardi, Lojacono, Sara, Mina: ognuno di loro apre le porte di un nuovo mondo. A chi si è ispirato? E come riesce a passare da uno all’altro?

Sono mondi diversi. Apro la porta e mi ci ritrovo, con naturalezza, senza sforzo alcuno.

Come è nato il progetto dei “Guardiani”?  Ci sarà un seguito?

I Guardiani sono il frutto della mia passione per la Napoli esoterica. Nelle intenzioni originarie avrebbe dovuto essere una trilogia, ma l’insperabile successo di Sara, sempre per Rizzoli - e il limite massimo di libri cui persino uno prolifico come me deve attenersi nell’anno - mi hanno convinto a interrompere la serie, almeno per il momento. Non escludo di poterla continuare a fumetti, con l’ausilio di quei pazzi della Bonelli.

Qual è il segreto per riuscire ad essere così prolifico senza mai stancare?

Raccontare solo le storie che si hanno. Per il momento ne scrivo meno di quelle che ho in mente. Se dovessi svegliarmi un giorno e trovarmi senza idee, sono certo che mi fermerei. Il pubblico si accorge delle forzature.

 Perché ha scelto di scrivere gialli?

Perché il racconto giallo è il vero racconto sociale dei nostri giorni.

Come trova gli spunti e le idee per le sue storie?

Mi basta uscire di casa, lock down permettendo. Sono le storie a venire da me.

Tutta la serie di Ricciardi è ambientata negli Anni 30, quanto è stato importante documentarsi? Come è stato strutturato il lavoro per quei romanzi?

Non importante, fondamentale. Tra l’altro, più aumenta il numero dei lettori, più è facile incontrare studiosi del periodo che non mi perdonerebbero strafalcioni. Fortunatamente mi avvalgo di alcuni collaboratori di prim’ordine che supportano e suffragano le mie ricerche. Ma lo studio dell’ambientazione è durata, per ciascuno dei libri di Ricciardi, quasi un anno. Molto più veloce la scrittura.

Qual è fra i suoi personaggi quello che l’ha divertita di più, quello che ha amato di più, quello che le ha creato più problemi?

Nell’ordine Aragona, Maione e… di nuovo Aragona: maschilista, sessista, milanista quale è!

 Inizia un romanzo solo quando ha una scaletta ben definita o scrive di getto? 

Quando comincio un romanzo preparo uno “scalettone”: un foglio A3 su cui scrivo per ogni vicenda alcune parole che indicano gli avvenimenti principali che narrerò. Ovviamente cerco di evitare che il caso principale abbia un numero di argomenti superiori rispetto a quelli secondari. Significherebbe squilibrare il racconto. Conosco la trama gialla, non ho idea della evoluzione dei personaggi che lascio liberi di agire, alcune volte contro la mia stessa volontà. Dunque direi di getto, eccezion fatta per il delitto che deve avere uno schema preciso (so già chi è morto, chi lo ha ucciso, chi sembra che lo abbia ucciso).

Lavora su un romanzo alla volta o su più romanzi insieme?

Uno alla volta, ma faccio altro (giornali, cinema, teatro, sceneggiature).

Parte da un personaggio o da una situazione?

Dalla situazione in cui si trova un personaggio.

A suo avviso è importante seminare indizi che permettano al lettore di arrivare da solo alla soluzione della trama gialla?

E’ necessario. Se il lettore di gialli scopre il colpevole rimane deluso, ma lo è di più se non lo scopre e andando a ritroso non trova gli elementi da cui avrebbe potuto desumere la verità.

Il colpevole deve essere un personaggio che ha una rilevanza nella storia?

Direi di sì. Per non arrivare ex abrupto sulla scena del delitto. Rilevanza qualitativa, non necessariamente quantitativa.

Tre doti imprescindibili che deve avere uno scrittore di gialli/noir.

Memoria, curiosità, realismo.

Lei è un tifoso accanito del Napoli, ha scritto un’antologia di “Storie Azzurre” e ha detto delle splendide parole su Maradona (in particolare ci riferiamo all’articolo di De Angelis sull’Huffington Post), pensa che questo momento così doloroso per i napoletani troverà in qualche modo posto in uno dei suoi prossimi romanzi?

Può darsi che io scriva un libro intero su di Lui. Ma non ancora. Troppo fresco il dolore.

Siamo alla fine del 2020. In alcune interviste Lei aveva detto che avrebbe smesso di scrivere, ha cambiato idea? Non vorrà lasciare orfani i suoi lettori…

Non ho mai detto di voler smettere di scrivere. Ho detto di voler smettere di scrivere di Riccardi. E così sarà.

Infatti il 1 dicembre è uscito  Fiori per i bastardi di Pizzofalcone, l’ultimo volume della serie  dell’ormai famoso commissariato napoletano.