A SCUOLA DAI GRANDI – MASSIMO LUGLI DALLA CRONACA NERA AL ROMANZO

 

MASSIMO LUGLI

DALLA CRONACA NERA AL ROMANZO
Lo abbiamo seguito come cronista di nera, impossibile non amarlo come scrittore di noir.

Massimo Lugli, classe ‘55, con i suoi romanzi traccia un affresco della criminalità  così realistico che si ha la sensazione di precipitare in un girone dantesco dove è difficile sottrarsi alla fascinazione del male.

Naturalmente non poteva mancare al nostro appuntamento del venerdì. Così lo abbiamo sentito e gli abbiamo fatto alcune domande.

 

  1. Quali consigli daresti a chi vuole scrivere gialli o noir ?

Innanzi tutto focalizzare una trama. Non dico di avere tutto il testo in mente prima di iniziare ma sapere dove si vuole andare a parare. E non esagerare con il pulp. Molti esordienti pensano che il noir sia un elenco di atrocità ed esagerano: ricordo la storia di un prete serial killer che tra un delitto e l’altro, per passare il tempo, si infilava spilloni nella virilità. Mi sto ancora chiedendo che cosa si era fumato l’autore. È un po’ come nell’horror: un rumore inquietante, una visione fugace fa molta più paura di una girandola di effetti speciali con diavoli, mostri e vampiri. E ancora: se possibile usare la presa diretta e il presente storico, estremamente efficaci per dare ritmo alla narrazione.

2. Come trovi gli spunti e le idee per le tue storie?

Molto spesso dalla cronaca, la mia esperienza di 40 anni di nera aiuta parecchio. Ma attenzione, c’è il rischio di cadere nella docu fiction che personalmente non amo. Diciamo che nei miei romanzi c’è un 40 per cento di realtà e 60 di fantasia. Dico sempre che per scrivere un buon libro ci vogliono due cose: avere una storia e saperla raccontare. Se, nel mio piccolo, ci riesco è una cosa che solo i lettori possono giudicare.

3. Quanto è importante documentarsi?

FONDAMENTALE. Ci sono giallisti che confondono polizia e carabinieri, pistole e revolver, caserme e commissariati. È un tipico difetto italiano: con le parole si aggiusta tutto. Non è così che funziona. Se ho dubbi, chiamo amici investigatori, criminologi, esperti vari. Questo vale anche per i dettagli tipo: come si rivolge un ispettore al suo dirigente? Una funzionaria donna si alza in piedi se entra un suo superiore? Per documentarmi sulle armi da fuoco mi sono iscritto al poligono e sono diventato un appassionato tiratore sportivo. Leggo delle castronerie spaventose su alcuni romanzi noir o gialli. In questo la collaborazione con Antonio Del Greco, ex funzionario di punta della polizia, mi aiuta moltissimo.

 

4. Inizi il romanzo solo se hai una scaletta ben definita o scrivi di getto? 

No, non faccio scalette. Ho un canovaccio in testa ma tutte le volte che ho cercato di buttarlo giù è venuto una schifezza e al capitolo 3 l’avevo già mollato. Questo però vale soltanto per i romanzi che scrivo da solo. Per quello che ho firmato con Frediani (grandissimo onore per me) e i tre con Del Greco abbiamo lavorato su tracce delineate in anticipo ma è inevitabile nel lavoro a quattro mani. Da solo mi sento più libero. E più insicuro.

5. Parti da un personaggio o da una situazione?

Di solito da un personaggio, soprattutto per i romanzi con Marco Corvino (il mio alter ego letterario) e per la trilogia Stazione Omicidi, tutta incentrata su una improbabile gang di narcotrafficanti. Ma a pensarci vale anche per i due libri con protagonista Lupo. Il personaggio, a mio parere, è tutto. E un autore dovrebbe amarlo come mai ha amato in vita sua. Per me almeno è così ma non pretendo di dare lezioni a nessuno. Le mie, voglio ricordarlo, sono semplici opinioni di un cronista che, quasi per caso, si è inventato narratore.

6. Quando scrivi hai in mente un preciso target di lettori?

Sì. Inizialmente pensavo a un pubblico giovane, tra i 18 e i 98 anni. Scherzo, ovviamente ma non credo che i miei libri possano piacere molto agli over 70: troppo crudi, troppo espliciti, troppo slang, troppa violenza. Ultimamente mi sto concentrando sulle lettrici. A volte mi si accusa di avere una scrittura troppo maschile e di non essere in grado di descrivere i sentimenti. Accetto la critica, forse fa parte del mio analfabetismo emotivo. Non a caso sono single a 64 primavere. Però ci sto lavorando. Allo stile, intendo, per il resto sono ormai fuori dai giochi.

7. Quanto conta l’ambientazione?

L’ambientazione è tutto. E lasciatemi togliere un sassolino dalla scarpa: non ne posso più di commissari gourmet di provincia in perenne conflitto col questore: di Camilleri ce n’è uno solo (auguri Maestro). È ora di uscire dai cliché e inventarsi situazioni nuove. Io ci provo in ogni libro. L’ambientazione può essere la redazione di un quotidiano, una periferia disastrata, una gang criminale, un commissariato, un dojo di arti marziali. Basta che sia realistica e intrigante. Il lettore deve entrarci con tutto se stesso e restarne affascinato, altrimenti un romanzo è tutta fuffa.

8. A tuo avviso è importante seminare indizi che permettano al lettore di arrivare da solo alla soluzione?

Sì ma solo in un giallo. Il giallo è un esercizio intellettuale e spesso il lettore gareggia con l’autore nello scoprire la verità prima della fine del libro. Questa è la radicale differenza dal noir. Il noir è emozione, non cervello. La trama, in fondo, non è la cosa fondamentale, quello che conta è l’adrenalina. Don Wislow, ma anche De Cataldo (adoro entrambi) ne sono un perfetto esempio. Nel mio piccolo, io scrivo noir, credo di non avere il q.i. necessario per un giallo classico. E poco me ne importa.

9. Il colpevole deve essere un personaggio che ha una rilevanza nella storia?

Sì certo, il colpevole È la storia. Quelli cattivi, il mio ultimo titolo firmato con Del Greco, è tutto nei personaggi negativi. I criminali affascinano ma, attenzione, bisogna evitare di farne delle macchiette tipo il prete killer di cui parlavo prima. Da praticante taoista credo che in ognuno di noi ci sia luce e ombra, yin/yang. Questo dualismo deve venire fuori, magari facendo vivere a un assassino spietato una appassionata storia d’amore (va beh, ci provo) o affetti familiari, amicizie, genitorialità. I buoni, alla fine, sono una gran noia a meno che…non siano poi così buoni.

10. Tre doti che deve avere uno scrittore di gialli/noir

Disciplina, fantasia, tenacia. E…testardaggine. Ho colleziona tanti di quei rifiuti prima di pubblicare il primo romanzo che stavo per arrendermi. Ho tenuto duro ed eccomi qui a dare consigli agli esordienti. Spero solo che qualcuno ci trovi qualcosa di utile.