DIEGO COLLAVERI – Dalla musica al cinema dalla poesia ai romanzi noir sorprendendo sempre

DIEGO COLLAVERI

dalla musica al cinema

dalla poesia ai romanzi noir

sorprendendo 

sempre

 

Artista eclettico, spazi dalla musica alla regia, dal teatro al cinema, dalla poesia alla scrittura di romanzi gialli, per i fratelli Frilli hai scritto quattro libri con l’ispettore Botteghi, quattro successi che ti hanno portato a casa numerosi premi. Ma ti sei avvicinato al giallo con i casi dell’ispettore Quetti, vuoi raccontarci le differenze fra questi due investigatori?

La differenza tra Botteghi e Quetti è fondamentalmente legata all’avere o no una propria evoluzione, sia all’interno dell’arco narrativo del singolo volume che lungo tutta la rispettiva saga. Botteghi è un personaggio che si evolve, sia nel bene che nel male; non è mai lo stesso alla fine di ogni sua avventura, in cui ha scoperto (o ripescato) qualcosa di sé o di ciò che lo circonda che lo porta inevitabilmente a un cambiamento, specie nei rapporti sociali. Resta sempre una figura burbera, malinconica, ma alla fine abbastanza positiva, in cui si intuisce la voglia di ricominciare, di andare avanti e ricreare qualcosa da una vita andata in pezzi, che poi è alla base dell’istinto di sopravvivenza umano. Quetti invece è un personaggio statico, fermo nel suo essere e nel suo modo di pensare, sia nel libro singolo che all’interno della serie; è il punto fermo delle storie e ne incarna i tratti pesanti e marcati, in quanto essendo romanzi hard boiled abbiamo un mondo più feroce, fatto di sangue, sesso e potere, dove non ci sono buoni o cattivi, ma tutti i personaggi oscillano su quel sottile confine tra il bianco e il nero.
Ti hanno paragonato a Scerbanenco così come lui raccontava la sua Milano , così tu racconti Livorno , che nelle tue pagine assurge al ruolo di co protagonista, giusto?

L’ho sempre trovato un accostamento troppo forte, se devo essere sincero. Un po’ perché Scerbanenco è stato un maestro e un precursore, delineando in Italia un genere con uno stile unico e con dei personaggi inarrivabili; un po’ perché a mio avviso, a prescindere dal denominatore comune del raccontare una realtà metropolitana, c’è una forte differenza nel tipo di storie raccontate, dovuta soprattutto al diverso periodo storico in cui viviamo e che inevitabilmente ci ingloba in realtà sociali differenti. Il lato amaro, disincantato e cattivo, di un’Italia investita dal primordiale boom economico degli anni ’60, in cui l’ondata di benessere si portava dietro una risacca di disagi sociali, descritto da Scerbanenco, è molto distante dalla malinconica visione dei ruderi di una Livorno che fu, che si trova nel commissario Botteghi, intessuta in un reticolo sociale e criminale di un paese al collasso. Si potrebbe dire che in una parabola ideale ci troviamo agli antipodi, uno all’inizio, l’altro alla fine.

Quale peso sulla scrittura ha avuto la tua molteplice esperienza artistica?


Ha influito senza dubbio, soprattutto nel modo di raccontare e nello stile della scrittura, che da sempre è stato definito estremamente filmico e visivo.
Perché ti sei avvicinato al giallo?

È un genere che ho sempre amato, sia come lettore che come spettatore. Per il noir americano, in particolare, provo un amore infinito ed essendo un genere che si è sviluppato quasi contemporaneamente in letteratura e cinema, ha sempre incorporato le mie due più grandi passioni. Il film Il Grande Sonno di Howard Hawks (1947) tratto dall’omonimo capolavoro di Raymond Chandler, la cui sceneggiatura fu scritta tra gli altri da William Faulkner (Premio Nobel per la Letteratura nel ’49), rappresenta il perfetto connubio di quello che amo di cinema e narrativa. E poi ci sono Bogart e la Bacall, che si vuole di più da un noir?
Quali consigli daresti a chi vuole scrivere gialli o noir ?

In primis esserne appassionati; essere curiosi, mai fermarsi all’apparenza della semplice lettura ma approfondire. Poi aver divorato e soprattutto digerito bene il genere e i suoi maestri, capirne le differenze rispetto ai contemporanei nei riflessi delle storie, studiarne bene le strutture narrative e capire l’originalità dei singoli autori. La scrittura, specie di genere, necessita di tanto tanto studio e passione, oltre a un talento di base che è ovviamente necessario a qualsiasi arte.
Come trovi gli spunti e le idee per le tue storie?

La cronaca è sicuramente il punto di partenza, ma credo che alla base ci sia il non dare per scontato cosa mi trovo intorno. In questi anni, durante le ricerche per le varie storie, mi sono imbattuto in talmente tante cose che non sapevo della mia città che non saprei da dove cominciare per raccontarle perché tutte sono ugualmente degne di essere riportate alla luce. Da questo parte la voglia di raccontare, approfondire, sviscerare, e il delicato equilibrio del mettere insieme tutti i punti per avvolgerci intorno una trama che dica qualcosa; ho sempre avuto il bisogno di raccontare qualcosa che io per primo avevo trovato interessante.

Quanto è importante documentarsi?


Fondamentale. Non si può scrivere qualcosa che non si conosce, il lettore se ne accorge e la sua attenzione si scolla da ciò che gli stai raccontando. Chi scrive una storia deve sapere sempre molto di più di ciò che mette all’interno di essa, averne una conoscenza profonda e approfondita, sia di come raccontarlo che di cosa sta raccontando.

Inizi il romanzo solo se hai una scaletta ben definita o scrivi di getto?

Venendo dalla sceneggiatura e applicandone ancora oggi alcuni passaggi, per me la scaletta è fondamentale. Molti riescono a scrivere di getto e lasciano che i personaggi li portino in giro nella storia, senza sapere l’evoluzione che prenderanno; personalmente li ammiro molto, ma non ci riuscirei mai, forse un po’ anche per il genere che richiede una struttura investigativa solida e ben precisa, o forse è solo questione di carattere. Mi metto a scrivere solo quando ho in testa già tutto e ho buttato giù una scaletta ben precisa che va da A a Z, una divisione in macrosequenze di avvenimenti che rappresenta lo svolgersi della storia. Mi serve soprattutto per capirne anche il ritmo e se ci sono punti morti o eventuali cali di attenzione.
Parti da un personaggio o da una situazione?

Dipende. Per esempio, nel caso de La Bambola del Cisternino o de Il Commissario Botteghi e il Mago, sono partito da dei personaggi, che erano comunque lo spirito della storia o essenziali al suo svolgimento; da lì poi ho creato una trama ad hoc permeata da queste figure. Invece per gli altri erano fatti o meglio ancora particolari, da cui sono partito per creare la storia.
Quando scrivi hai in mente un preciso target di lettori?


No, anzi, sfrutto le diverse contaminazioni avute nella mia carriera per cercare di aprire ad altri generi pur restanto nel mio. Secondo me, creare delle sfumature che possano invogliare anche lettori di altro tipo è sicuramente un valore aggiunto. Ovvio, non bisogna snaturare il genere, ma per fortuna il noir è il riflesso della nostra realtà sociale, quindi offre la possibilità di poter esprimere multiformi argomentazioni.
A tuo avviso è importante seminare indizi che permettano al lettore di arrivare da solo alla soluzione?


Credo sia questione di gusti. Nel mio caso, sì, è essenziale la sfida con il lettore, ma lo dico per primo come fruitore di una storia. Se mi sento privato dell’opportunità di potermi misurare con la storia, cala il coinvolgimento emotivo; se poi mi sono arrovellato per tutta la trama e alla fine salta fuori un responsabile X che non si era mai visto e non era possibile intuirne il coinvolgimento, perdo completamente l’attrattiva.

Il colpevole deve essere un personaggio che ha una rilevanza nella storia?


Non è necessario, l’importante per me è che sia presente nella storia sin dall’inizio. Ci sono tanti modi per “nascondere” un colpevole. In genere si oscilla tra due estremi: o renderlo invisibile, spostando sempre l’attenzione da lui per farlo divenire quasi un fantasma, oppure concentrare l’attenzione su di lui sin dall’inizio, rendendolo il sospetto obbligato, talmente perfetto per il ruolo di colpevole da far pensare che sia innocente, mentre invece è tutta una macchinazione dello stesso.
Tre doti che deve avere uno scrittore di gialli/noir

Curiosità, fantasia e tanta tanta passione per questi gener